Gianluca Guida, direttore del carcere di Nisida: “Se lo Stato è presente la camorra non vince”

 

Gianluca Guida classe 1967 è da circa vent’anni direttore del carcere minorile di Nisida. Molteplici sono le attività* svolte all’interno del penitenziario per consentire anche di imparare un lavoro. Una vera eccellenza italiana, reputata dalla Commissione  europea un modello da seguire, che con fatica cerca di recuperare e reinserire nella società tantissimi giovani.

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Chi è Gianluca Guida?

Gianluca Guida è un signore di cinquant’anni  che vive le sue cose con istintiva passione e determinata caparbietà (a volte ostinazione!) che di mestiere fa direttore a Nisida ormai da oltre 20 anni. Un tempo lungo, forse troppo lungo. Sono entrato a far parte dell’èquipe di questo Istituto in un momento particolarmente difficile, dopo che la struttura era stata sottoposta ad una ispezione, severa, della Commissione europea delle torture le cui risultanze avevano indotto l’Amministrazione a favorire un cambio di rotta nella gestione. Da allora abbiamo vissuto momenti difficili e momenti entusiasmanti, tra questi voglio ricordare ben due successive visite di verifica della stessa Commissione che è arrivata ad indicare il nostro approccio all’esecuzione penale minorile come un modello al quale guardare. Ripensando a questi anni trascorsi la prima cosa che mi viene alla mente è sicuramente lo straordinario patrimonio di umanità che mi hanno trasmesso i ragazzi che ho conosciuto, ma anche la convinzione che la camorra si può sconfiggere ed infine la grande responsabilità che abbiamo noi, uomini delle Istituzioni, nel dare risposte credibili ai bisogni di crescita dei ragazzi della nostra città.

Dottor Guida, Lei è direttore del carcere di Nisida da oltre un ventennio, qual è la mission di un istituto penitenziario per minori e in che modo Lei l’ha interpretata?

Io amo ripetere che il carcere ed in particolare  l’Istituto penale per Minorenni di Nisida è “un luogo” ed “un tempo” in cui l’attenzione alla cura e la passione per l’uomo e per le sue straordinarie capacità di recupero, elementi che caratterizzano e motivano l’azione dei miei collaboratori, spronano l’adolescente alla scoperta dell’errore e all’acquisizione di una coscienza critica. Anche gli spazi fisici vengono curati in modo da stimolare il naturale amore ‘estetico’ dell’uomo verso tutto ciò che rivela qualità di gentilezza, di ordine, di gradevolezza e attenzione. Il vantaggio di trovarsi  in un ambiente protetto e strutturato, organizzato e preparato, consente ad ogni ragazzo e ad ogni ragazza, seguendo il proprio bisogno interiore di sviluppo, di accendere naturalmente il proprio interesse ad apprendere, a lavorare, a costruire, a portare a termine le attività iniziate, a sperimentare le proprie forze, a misurarle e controllarle. A questo principio ogni operatore ispira la sua azione, attendendo a due compiti fondamentali: porsi come adulto di riferimento ed offrire un modello di valori ed esperienze utili alla crescita ed alla promozione dell’individuo come uomo, ancor prima che come cittadino. Oltre questo, Nisida è anche uno spaccato della città in cui è inserita e riproduce, come in una sorta di piccolo microcosmo, contraddizioni e tensioni che quotidianamente sperimenta chiunque oggi “sopravvive” a Napoli.

Il carcere di Nisida è un’eccellenza italiana: quale modello attuate?

Al di là delle azioni, noi agiamo attraverso l’educazione e la cura. L’educazione è un processo quotidiano ed è frutto della continua interazione con l’ambiente circostante e con gli altri, perché vivere è apprendere. Ogni pedagogia è un modo di veder il mondo, i rapporti tra gli uomini, il rapporto con il proprio tempo, ma anche con il futuro. Educare vuol dire attivare  pratiche attraverso le quali trasmettere valori e conoscenze non solo da una generazione all’altra, ma anche orizzontalmente nelle relazioni sociali. Questa trasmissione non va intesa come qualcosa di passivo ed unidirezionale, è allo stesso tempo un apprendimento che mette in gioco l’intera persona, la sua identità, la sua formazione umana. Per questo chi educa deve distaccarsi dalla volontà di imporre modelli per lasciare emergere le potenzialità dell’individuo. Parallelamente i nostri utenti devono sentire che di loro lo Stato si prende cura e che conseguenzialmente a loro è chiesto di prendersi cura della collettività-Stato. Il concetto di “aver cura” non è debole, né banale. Secondo molti sarà questo a determinare le differenza nell’era digitale. In questa battaglia per il cambiamento dobbiamo ritornare al valore fondamentale: l’attenzione alla  persona. Spesso le nostre azioni dipendono direttamente dalle nostre emozioni. Sentiamo odio e, allora, agiamo in modo distruttivo, nutriamo amore e, allora, ci comportiamo in modo amichevole, e così via. Di conseguenza, se riusciamo a mitigare le emozioni antisociali, con ogni probabilità riusciremo a temperare i comportamenti antisociali. Se ci prendiamo davvero cura di loro, ragazzi che non si fidano degli adulti ed ancor meno dello Stato,  e offriamo servizi che riflettono questo atteggiamento, anche loro avranno altrettanto cura di noi e saranno fedeli al patto sociale.

Quanto influisce sulle scelte devianti il contesto da cui provengono i ragazzi?

Degrado sociale ed economico, disoccupazione ed evasione scolastica, carenza di servizi sociali e assistenza ai minori in questi anni non hanno trovato una idonea risposta istituzionale. Per i giovani la strada, la piazza, il vicolo sono rimaste le principali, se non uniche, componenti della loro formazione caratteriale. Servono interventi urgenti e mirati al recupero di minori già coinvolti, oltre che a  prevenire l’ulteriore disgregazione di fasce giovanili. In estrema sintesi serve  più responsabilità sociale. Preciso però che la responsabilità sociale non può essere solo la tensione ideale di uno o di pochi, ma deve tradursi in un sistema organizzativo che nasce dalla mission collettiva e che coinvolge tutti i cittadini.  Non può essere ridotta a sola “beneficenza” o “filantropia” ma deve essere  un modello di efficienza e di efficacia capace di grandi risultati, senza intaccare gli interessi dei cittadini onesti, anzi, dando un ritorno di lungo periodo superiore agli investimenti. È proprio in quest’ottica la responsabilità sociale, pur essendo un comportamento libero e volontario da parte della società, può diventare un grande investimento: uno strumento competitivo attraverso il quale coniugare crescita sociale con il miglioramento della qualità della vita. Il futuro di questi ragazzi  dipenderà dalle politiche che, nei prossimi anni, verranno messe in campo per una migliore qualità della vita nelle nostre città. Il futuro della nostra città dipenderà dal futuro di questi ragazzi.

La sua sensazione ogni volta che un minore arriva a Nisida o quando ‘ritorna’ nell’istituto penitenziario.

Una volta ho detto che quando incontriamo i nostri ragazzi scopriamo frammenti d’identità, o forse identità … in frammenti. Loro ci raccontano una realtà fatta di ombre, paure, povertà. Di vite vissute in banda, o in assoluta solitudine. Di vite spezzate, frantumate, da dolori e da violenze. Ma raccontano anche di luci, flebili, in lontananza,  ma presenti. Luci che solo la speranza in loro può aiutarci a scorgere. Sogni che ci permettono di ritrovare ragazzi e ragazze, un po’ adulti ed un po’ bambini, che come qualunque altro adolescente aspirano semplicemente ad avere un futuro. A noi  il compito di rimettere insieme questi frammenti per costruire con loro un progetto di vita.

Un messaggio per tutte le istituzioni, al fine che chi arrivi a Nisida non rientri più, se non per fare volontariato. 

Le Istituzioni sono fatte di uomini e donne e gli uomini e le donne di che oggi ricoprono responsabilità sono le generazioni nate a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Abbiamo vissuto gli anni ottanta come un periodo di “tregua” sociale ed economica. Breve ma intensa. Poi abbiamo assistito al dissolvimento morale degli anni novanta. Dopo abbiamo dovuto reagire in ben altro modo alla tragedia dell’11 settembre 2001, alla crisi economica internazionale, al terrorismo religioso, alla crisi dei valori. Abbiamo visto sbriciolarsi molte certezze ed abbiamo dovuto fare i conti con tutte le proprie paure. Oggi un’analisi del fenomeno della devianza deve necessariamente muovere dalla constatazione del senso di insicurezza e disorientamento sempre più frequentemente vissuto dai nuclei familiari di origine degli adolescenti e delle Istituzioni che dovrebbero dare risposte ai loro bisogni di crescita. I giovani, tanto le ragazze come i ragazzi, che entrano nel circuito penale  provengono spesso da una esperienza familiare critica  caratterizzata da condizioni di povertà, disgregazione, deprivazione affettiva, maltrattamenti, abusi, presenza di patologie  psichiatriche. Non raramente  nei loro nuclei di origine  sono stati carenti le dimensioni del contenimento e della cura, talvolta  si trovano a vivere una condizione di esclusione ed abbandono. Sappiamo bene come oggi la famiglia  sia priva, oltre che del necessario supporto strutturale dei servizi e di adeguate politiche di sostegno sociale, anche di una idonea  cultura solidale che le consenta di uscire fuori dall’isolamento dove  il bisogno e le difficoltà la emarginano. Se non diamo risposta prima e dopo il carcere a questi bisogni, la sanzione non servirà da sola  a garantire alcuna sicurezza sociale

Un messaggio per tanti giovani…

Oggi i ragazzi non amano il linguaggio verbale, non ascoltano messaggi. Lo dimostra il fatto che il loro corpo viene usato così come linguaggio, come una pagina bianca su cui imprimere messaggi, in una società che tende alla massificazione e che rischia di emarginare.   E’ un segnale forte di differenziazione attraverso il quale dire: ci sono anche io. La nostra unica risposta è esserci anche noi… ovunque loro abbiano bisogno della nostra presenza.

*Le attività svolte a Nisida