Chiara: un uccellino a spalle strette…

In realtà poco ho raccontato del passato di Chiara, vi ho parlato certo della sua sensibilità, del rapporto con la madre e di qualche suo pensiero, ma non vi ho mai parlato palesemente dei suoi conflitti… beh insomma aveva un passato anoressico… chi la vede ora non vede quel tipo di passato. Non sente idee di onnipotenza, controllo e perfezione. Non vede alcun dolore ne rabbia.

Quando avverto le sue pulsioni verso il vivere, quando osservo crescere le sue idee, gli istinti, la voglia di rivoluzione positiva, quando percepisco la sua marcia in più… a volte mi sono chiesta se tutto questo le sia derivato proprio da quel dolore, dalla paralisi che per un tempo ha percorso la sua vita, eppure è come se la vedessi, vedessi la sua anima lottare per liberarsi dal corpo e dalla mente.

… perché quella che io definisco paralisi, ossia l’approccio alle relazioni, al corpo, alla esistenza, alla fatica che metteva nel vivere, era impossibile da notarsi, perché proprio in quegli anni, era zelante in ogni cosa che faceva, e le cose che faceva erano di gran lunga superiori a quelle che avrebbe dovuto e potuto fare! … Non banalizzo il concetto descrivendo le attività, vi basti sapere che la sua mente era in perpetuo movimento … forse che quei pensieri fossero voluminosi, scomodi, scottanti. Non mi aspetto che capiate, forse immaginerete, ma non ci è dato di sapere quali fossero quei pensieri.

Una malattia, mi concedo di chiamarla così, ma so che ancora oggi disapproverebbe… pur descrivendo in modo violento il rapporto col cibo, quel “mostro grande, che diventa sempre più grande, che si gonfia all’improvviso e all’improvviso si sgonfia… e di contro una rabbia più rabbiosa che mai!”

Ho sempre pensato di conoscere il dolore. Ma quando rivedo la Chiara di quegli anni, non posso fare a meno di pensare a come ha sentito e ha vissuto il suo dolore, che tipo di dolore fosse un dolore che guida alla morte e che probabilmente l’agogna. E si è consapevoli all’interno di quel dolore? Lo si ama forse quel dolore? e si prova vergogna rispetto a questo? Ma la mia risposta è sempre stata: cosa cambia? Non si smette certo di sentire dolore. Dolore più vergogna uguale desiderio di fuga da se stessi. Ecco, questo credo accadesse a Chiara in quegli anni. Non le ho visto praticare particolari scioperi della fame, ma l’ho vista non mangiare affatto.

Cosa avranno visto gli altri? Cosa avranno percepito tutti quelli che in quegli anni l’hanno incontrata? E chi non l’ha mai conosciuta? Cosa avranno appreso di un’essenza?

Era forte, testarda e sicura. Così appariva. Ma la vera Chiara com’era?

Un brutto anatroccolo affamato e stropicciato dal pianto. Chissà se qualcuno lo ha visto mai questo.

Sono tante le immagini che ho di una Chiara di quei momenti. Cercava continua approvazione in tutto quello che faceva. Ancora oggi, chiede il benestare. Altre volte sembrava sfidasse il mondo. Un uccellino a spalle strette. Questa è l’immagine che il ricordo di quel passato mi suggerisce. Ho impressa nella mia mente l’immagine delle sue gambe magrissime e livide.

Non so perché. Ma so che spesso il suo corpo era ricoperto di piccoli traumi che ancora ora vorrei sapere da cosa dipendessero.

Voi vi aspetterete un racconto dettagliato. Ma ahimè rimango ancora basita, ma soprattutto ritengo di non aver mai capito fino in fondo quel male. A raccontarlo ho paura di renderlo banale o come tanti altri mali. Ma so, per come l’ho vista, per quello che ho vissuto con lei, che non è così. Non che sia un male meno o più male degli altri mali. Ma quanto debba essere dura farcela!? Questo me lo chiedo in ogni istante. E mi chiedo da cosa possa nascere un tale conflitto col cibo o meglio col suo corpo. Io posso testimoniare su quanto fosse sempre stata bella. Sulla sua luminosità e sul suo sorriso.

Ma sta di fatto che nell’animo quegli anni erano bui. Per capire ho letto storie come la sua. Mi sono documentata. Ho cercato tra le letterature tratti comuni a quell’agire o pensare. Ho chiuso gli occhi di fronte a tante storie come e più della sua. In ognuna di quelle storie c’è un qualcosa. In ognuna di quelle diagnosi c’è qualche trattocaratteristico” di quella moderna perversione. Il rapporto ingombrante con il padre, l’amore e la dedizione. La cura per i particolari. Il conflitto con “l’unica donna della vita”, la madre.

Allattamento e non allattamento. Stima e non stima. Dimagrimento o non dimagrimento. Psicologi e psichiatri analizzano quei tratti, li schematizzano e grazie a ciò si riconosce e cura quel male. Ma quanto deve sembrare semplice. Eppure chi lo vive pone l’accento altrove. Di questo ne sono sicura.

Quante volte ho pensato al perché Chiara tentasse di attirare l’attenzione su di sé quasi morendo. Perché ci siamo preoccupati tanto, e tutti. Nessuno escluso. Eppure il suo atteggiamento, che ci arrabbiava e che definivamo una stupida ricerca di consenso, si manifestava con modalità di silenzio, assenza. Solo quando ha raggiunto i 35 chili, la si vedeva a testa alta come se sfidasse il mondo. Prima no. Si nascondeva. Aveva lo sguardo basso, si imbarazzava. Come ad essere sempre fuori luogo. “È un grido” – una volta ha risposto – “Non mi importa delle attenzioni di nessuno. Voglio solo urlare!” E proprio questo mi impone di evitare invasioni di campo in qualcosa che non so spiegare. O semplicemente è un modo per difenderla.