Paolo Siani: «L’impegno civile piegherà la criminalità»

Come è cambiata la vita di Paolo Siani dal momento in cui ha perso tragicamente suo fratello, il giornalista Giancarlo Siani? Quali priorità stravolge la scomparsa di un uomo divenuto emblema del giornalismo italiano per aver mantenuto la schiena dritta, per essere stato dalla parte della legalità, per non aver tradito la sua onestà intellettuale?

Oggi Paolo, attraverso la Fondazione Polis, difende i diritti delle vittime innocenti della criminalità e allo stesso tempo porta avanti l’eredità morale di un ragazzo che era prima di tutto suo fratello. «In Verità» lo ha incontrato e attraverso i suoi occhi e le sue parole è entrata nella Napoli di oggi, con le sue trappole in cui ingabbia a sé, pericolosamente, la mentalità e il futuro dei più piccoli.

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Oggi lo Stato garantisce la scorta a molti giornalisti italiani minacciati. Trent’anni fa suo fratello Giancarlo Siani ha pagato con la vita l’assenza di tutele. Che cosa è cambiato nel corso degli anni?

 «Era il 1985, un’altra epoca, non c’era la percezione del pericolo e lo stesso Giancarlo non era affatto preoccupato per il suo lavoro. Ma tutta la società non considerava pericoloso il mestiere del giornalista e sul fenomeno camorra non c’era l’attenzione che invece c’è oggi. Attualmente oltre a Libera, ci sono innumerevoli organizzazioni che si occupano del fenomeno, intorno a cui c’è, per fortuna, grande attenzione».

Che rapporto c’era fra lei e Giancarlo?

 «Eravamo gli unici due fratelli, vivevamo ancora insieme con i nostri genitori, per cui c’era un legame molto stretto tra di noi, avevamo molti amici in comune. Stavamo appena iniziando ad affacciarci al mondo del lavoro, io come medico e lui come giornalista, stavamo per iniziare la nostra vita da adulti quando tutto si è fermato, quando la sua vita è stata tragicamente interrotta, e con la sua anche la mia. Perché è innegabile che la mia vita ha preso una piega del tutto diversa».

Com’era vissuta in famiglia la scelta di Giancarlo di fare il giornalista e di scrivere, anche se usando uno pseudonimo, contro gli affari della criminalità organizzata? Aveva percepito di essere in pericolo?

 «Avevamo appreso con stupore della sua volontà di fare il giornalista, nessuno in famiglia aveva mai fatto questa scelta, ma nessuno di noi, né tanto meno lui, era preoccupato. Non pensavamo fosse in pericolo. In verità lui già dalla scuola media, grazie al suo insegnante di lettere, il professore Moccia, aveva iniziato a manifestare la passione per il giornalismo, e poi pian piano ha iniziato a muovere i primi passi in questo difficile mondo che è il giornalismo».

In famiglia si confidano paure e aspettative: quali erano i timori e i sogni nel cassetto di Giancarlo?

 «Giancarlo voleva fare il giornalista e si stava dedicando con tutte le sue forze a fare questo mestiere in un’epoca in cui non c’erano le scuole di giornalismo e per fare il cronista dovevi solo frequentare un giornale, senza nessun compenso economico e sgobbare per molti anni. Giancarlo faceva tutto questo, lo faceva con entusiasmo e allegria, certo era preoccupato perché ogni tanto qualcun altro gli passava avanti, ma era testardo e fiducioso ed era sicuro che prima o poi sarebbe diventato un giornalista».

Per condannare i suoi mandanti ed assassini ci son voluti ben 12 anni e tre pentiti. È così lunga la strada per la verità?

«Sì, è una strada lunga e difficile e non è detto che porti sempre a condanne definitive come nel caso di Giancarlo. È una strada in cui i familiari delle vittime spesso sono soli e devono affrontare prove difficili ma è una strada che va percorsa tutta fino alla fine. Non è ammissibile per nessuno non arrivare a conoscere la verità. Anche per questo esiste la Fondazione Polis, una struttura promossa dalla Regione Campania per sostenere i familiari delle vittime lungo tutto l’iter burocratico e processuale che occorre affrontare dopo l’immane tragedia che li colpisce. E in più, la Fondazione offre un aiuto di natura psicologica e legale, avvalendosi delle migliori professionalità di settore di Napoli e della Campania».

Nell’assassinio di Giancarlo si è giunti ad una verità. Ma cosa sente di dire a quei familiari che ancora reclamano «verità» per i loro cari, vittime innocenti?  

 «Che non bisogna mollare e che occorre continuare a fare squadra, coinvolgendo, come dicevo prima, tutte le forze sane del territorio, le istituzioni, gli ordini professionali e le organizzazioni che hanno a cuore i valori di legalità e giustizia. Solo stando uniti si può vincere questa battaglia. So che è difficile, so che è una strada lunga e tortuosa e piena di delusioni, ma non c’è scelta bisogna percorrerla. E non bisogna mai arrendersi o rassegnarsi».

Lei presiede la Fondazione Polis: quali pensa siano stati gli obiettivi più importanti raggiunti?

 «Sicuramente essere riusciti a far riconoscere come parte civile in molti processi la fondazione stessa. Non era una cosa scontata, ma grazie alla nostra caparbietà, nonché degli avvocati che ci supportano e alla sensibilità dei magistrati, ci siamo riusciti. E sappiamo benissimo che per la famiglia avere al proprio fianco anche gli avvocati della fondazione è una cosa importante. Serve a infrangere quel muro di solitudine che a tutti noi è sembrato invalicabile per tanti anni. Inoltre essere riusciti a mettere sotto la giusta luce tutte le vittime innocenti di criminalità, di quella comune come di quella organizzata. Recentemente abbiamo realizzato un’App, “#NonInvano”, dove vengono raccontate le storie di 123 vittime innocenti della criminalità. Far conoscere queste storie serve a non far cadere nell’oblio le vittime e a raccontare la camorra dalla parte dei vinti. 31 anni fa dopo l’omicidio di Giancarlo io ero maledettamente solo, fui costretto ad affrontare in solitudine prove difficili. Non sapevo davvero a chi rivolgermi per difendere i miei diritti e far sì che Giancarlo non venisse dimenticato. Oggi non è più cosi, oggi esiste Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti, e in Campania la Fondazione Polis, che insieme riescono a sostenere le famiglie, che non sono poche, costrette ad affrontare situazioni simili. Nella speranza che questa carneficina possa prima o poi finire, sono oltre 300 le vittime innocenti della criminalità in Campania, un numero impressionante. Anche per questo, per provare a dare un futuro migliore ai bambini di Napoli che nascono in famiglie a rischio con un contributo della Rai di Napoli abbiamo aperto da alcuni mesi 10 punti lettura in altrettanti quartieri difficili della nostra città, dove giovani volontari leggono libri ai bambini già dal 6 mese di vita e alle loro mamme. Se vogliamo interrompere la carneficina dobbiamo iniziare a prenderci cura dei bambini molto piccoli e seguirli già dai primi mesi di vita, per far sì che poi possano scegliere la strada della cultura e della legalità. Crediamo sia davvero una piccola rivoluzione questa, nel momento in cui molti bambini vedono nelle proprie case più bustine di droga e armi, che un libro. Quel libro e poi tanti altri libri potranno diventare baluardi per arginare la violenza. Perché nessun ragazzo sceglierà mai la strada della delinquenza se ha anche solo un’alternativa. Ecco è necessario dare ad ognuno di loro un’alternativa possibile, credibile e certa».

 

Quale livello di pericolosità sociale crede abbia raggiunto oggi la città di Napoli e quanto c’è ancora da fare?

 «A Napoli è molto alta la percezione della violenza ed è molto fastidiosa la microcriminalità. Però allo stesso tempo sta crescendo un fenomeno molto preoccupante, che Roberto Saviano ha raccontato nel suo ultimo libro, “La paranza dei bambini”, giovani ragazzi che scelgono la strada dell’illegalità. È sui bambini e sui giovani che bisogna investire per vincere la battaglia contro il crimine. C’e anche da dire che a Napoli oggi esiste una forte e importante antimafia sociale che cresce sempre di più, che ha raggiunto alti livelli di conoscenza del fenomeno e che sta inoculando nella  società forti anticorpi legali. E i risultati prima o poi si vedranno, ne sono certo».

Come si rinforza il livello morale delle classi più giovani? E qual è l’appello a quei ragazzi che hanno conosciuto, finora, una vita fatta principalmente di reati, abusi inflitti e subiti?

 «È al vaglio del Parlamento una proposta di legge sui primi 1.000 giorni di vita dei bambini e che abbiamo promosso grazie all’Associazione Culturale Pediatri e alla Fondazione Polis. Al riguardo, economisti dello sviluppo, educatori, esperti di neuroscienze concordano sul fatto che maggiori investimenti nella salute, nell’educazione nei primi anni di vita producono un importante ritorno in termini di sviluppo del capitale umano, produttività e coesione sociale, molto maggiore che con investimenti nelle età successive. Agenzie quali l’Oms, l’Unicef e l’Unesco sottolineano ormai da anni questa necessità e si apprestano a indicare gli investimenti precoci come uno dei nuovi obiettivi del millennio a partire dal 2015».

Qual è uno dei traguardi più importanti che vorrebbe raggiungere attraverso il suo impegno nella società civile?

 «Far sì che i nomi e le storie delle vittime in un tempo non lontano siano noti alle giovani generazioni più dei nomi e delle storie dei boss di camorra. Ora purtroppo non è così. Forse, questo traguardo potrebbe nascondere un obiettivo ancora più importante: che Napoli e la Campania non debbano più piangere vittime innocenti come è successo per tanti anni e purtroppo continua ad accadere. E poi spero davvero che qualcuno prima o poi comprenda che investire risorse economiche sui bambini a rischio sia un investimento altamente produttivo, solo cosi possiamo pensare, non dico di eliminare ma quanto meno  di mettere nell’angolo la criminalità. È un processo lungo ma l’unico che può funzionare, insieme alla repressione ovviamente, ma quella sta funzionando, ormai tutti i capi clan sono in galera e le forze dell’ordine e la magistratura stanno facendo un lavoro molto efficace, ma da solo non basta, non può bastare».