Paolo Borrometi: “Diventerò un giornalista libero”. Il direttore di La Spia denuncia il malaffare in Sicilia e da due anni vive sotto scorta

 

«In Verità» continua il suo viaggio attraverso la storia di un giornalista siciliano, Paolo Borrometi, 33 anni, direttore del giornale online laspia.it, da due anni sotto scorta. Le sue inchieste giornalistiche e le sue denunce contro il malaffare nella provincia di Ragusa hanno inciso sullo scioglimento del Comune di Scicli – la città di Montalbano – per infiltrazione mafiosa.

Non c’è l’intenzione di elogiare eroi: il rischio è che ci si dimentichi, a volte, che la notizia non è il giornalista, piuttosto le informazioni che scopre e racconta rendendole pubbliche. Come ci ha detto lo stesso Borrometi: «Io non voglio essere né un simbolo né un eroe, perché per troppo tempo la Sicilia e il Sud Italia sono stati terra di lapidi e commemorazioni».

Questo è il racconto di chi lavora senza avere piena libertà nell’esercizio della sua professione, di chi sa cosa significhi subire un’aggressione, di chi conferma – con la sua testimonianza – quanta strada debbano ancora fare le Istituzioni del nostro Paese per non lasciare soli cittadini e lavoratori che denunciano le illegalità.

Quello di Borrometi è il racconto di un giornalista che oggi non si sente più solo ma che chiede «libertà» per sé e per chi come lui sente di portare avanti, e fino in fondo, il senso del proprio lavoro che per lui è il racconto della «verità».

Quando ha subito il primo atto intimidatorio ritrovando la scritta “stai attento” sulla fiancata dell’automobile, cosa ha provato o pensato?

Pur rimanendo esterrefatto, inizialmente ho pensato ad uno scherzo, perché purtroppo da noi è un’abitudine rigare le automobili. Anche se in realtà non si trattava del primo episodio, prima ancora avevo già trovato segni sull’auto. Ma quando ho iniziato a ricevere le prime telefonate intimidatorie e soprattutto quando ho subito l’aggressione vera e propria, che mi ha procurato una menomazione alla spalla, tutto è stato chiaro. Grazie alla ricostruzione attenta e puntuale fatta dagli inquirenti abbiamo ripercorso e ricostruito i giorni precedenti l’aggressione e ho capito che quelli non erano solo gesti di imbecilli.

Per ragioni di sicurezza vive a Roma. Lavorare lontano dalla sua terra può affievolire l’impegno sul fronte della denuncia giornalistica? 

Assolutamente no. Ho accettato a malincuore il mio trasferimento, ma allo stesso tempo l’ho fatto prendendo un impegno con me stesso: e cioè che avrei continuato a scrivere e mettere in luce quei temi di cui mi sono sempre occupato. Ogni volta che scendo giù in Sicilia lavoro su documenti e testimonianze. Parlare con le fonti è fondamentale per un giornalista, continuo a farlo nonostante sia complesso nel momento in cui vivo ventiquattr’ore su ventiquattro con altre persone. È difficile ma non cedo a questa complessità.

Perché ha chiamato il suo giornale online La Spia?

Il nome non guarda all’accezione negativa dello spiare, piuttosto a quella positiva di dare notizia di ciò che raccontano in pochi, o quasi nessuno, di quel che accade in quel lembo di terra a Sud di Ragusa, che si pensava indenne da qualsiasi tipo di criminalità organizzata. La mia passione per il giornalismo si è unita al desiderio di portare all’attenzione pubblica ciò che effettivamente accadeva. Ho creduto necessario continuare il lavoro di Giovanni Spampinato, collega ucciso negli anni Settanta.

Ha collaboratori che la aiutano nelle sue inchieste?

Assolutamente si. Siamo un gruppo di ragazzi e non solo giornalisti: ci sono blogger, opinionisti, collaboratori che sono i miei occhi e le mie braccia. Siamo in quindici, il loro lavoro è importantissimo: parlano con la gente, raccolgono informazioni preziose e per tutelarsi non usano il proprio nome, proprio in virtù di ciò che sta accadendo a me.

Si è mai confrontato con Roberto Saviano?

Non ho mai avuto la fortuna di parlare con Saviano e la cosa mi dispiace. Però spesso cerchiamo di fare gruppo con altri colleghi che vivono drammaticamente la mia stessa condizione. Mi piace citarne alcuni come Sandro Ruotolo, Michele Albanese, Lirio Abate, Federica Angeli. Ci minacciano perché siamo soli ma se riuscissimo realmente a fare squadra sarebbe più difficile per le criminalità organizzate colpirne cento: è molto più semplice colpirne uno quando questo uno è isolato. Ecco perché sono convinto che è importantissimo fare squadra e cerco in loro delle sponde così come offro me stesso come loro sponda, perché sono convinto che l’unica cosa che ci salverà è fare squadra.

Lei parla spesso della necessità di fare fronte comune

Quando ho iniziato il lavoro di giornalista in Sicilia più volte ho chiesto ai colleghi di condividere un’inchiesta, di scrivere un articolo a più mani ma questa possibilità mi è stata negata e non per colpa mia. Nei fatti mi sono trovato solo e quando scrivi da solo e quando fai nomi e cognomi da solo e pubblichi le foto o scrivi da solo degli affari criminali, allora diventi un obiettivo troppo facile e per questo che è fondamentale fare squadra e mi ostino a fare appello a tutti i colleghi, non solo a quelli che condividono il mio percorso e situazione, ma anche a quei colleghi liberi che sono la stragrande maggioranza, affinché si uniscano nel fare una battaglia che nei fatti è anche la loro. Che cos’è un giornalista che guarda la realtà e non la racconta per paura? È un giornalista che si porta la responsabilità non solo di non aver fatto il proprio lavoro ma anche e soprattutto di non aver informato. Noi siamo le sentinelle, gli occhi delle persone e se viene meno il nostro resoconto le persone non saranno libere di decidere ed è per questo che non perdo occasione di chiedere loro, umilmente e in punta di piedi, un aiuto a fare realmente squadra.

Qual è un suo desiderio?

Di continuare a fare qualcosa che altri vorrebbero non facessi. Di non far vivere più a nessuno l’idea della solitudine. Io oggi non mi sento più solo. Ho tante persone che mi vogliono bene, che mi scrivono, che mi dimostrano stima e che mi spronano ad andare avanti. E in questo senso ringrazio il sostegno dimostratomi sia dal presidente del Senato, Pietro Grasso, che della Repubblica, Sergio Mattarella. Però per tanto tempo quella presenza dello Stato io non l’ho sentita, ero solo, ho sentito fortissima quella solitudine che ti strappa interiormente, che non ti permette di andare avanti con assoluta lucidità e che addirittura ti fa chiedere se la colpa non sia tua anche se stai solo facendo il tuo lavoro. E poi è inutile nasconderlo, c’è anche la voglia di ritornare un uomo libero, perché dico sempre che in un Paese in cui ci sarà anche un solo giornalista sotto scorta quel paese non sarà libero e avremo fallito tutti. Io sono solo una persona che cerca di fare il proprio lavoro, il giornalista, e quindi sogno un giorno di poterlo fare ma liberamente, riacquistando la mia libertà che non è solamente camminare senza gli angeli che ringrazio sempre, tutti i giorni, e che mi accompagnano in tutti i miei movimenti, ma anche la libertà di vedere una intera categoria e un intero popolo che non sarà di questi criminali.