«La verità non è amata ma rende liberi». Federica Angeli lavora per Repubblica, ha denunciato mafia capitale. Ora vive sotto scorta

In Verità di Romina Rosolia

La nostra rubrica ‘In Verità’ continua il suo viaggio tra i giornalisti italiani sotto scorta. Cosa accade quando ad esserne coinvolta è un’intera famiglia e non solo il giornalista impegnato sul fronte della denuncia?

Lo abbiamo chiesto a Federica Angeli, giornalista di Repubblica, da tre anni e mezzo sotto protezione, lei che è anche moglie e madre. E’ stata minacciata di morte per aver denunciato, nel maggio 2013, fenomeni mafiosi imputabili alla famiglia Spada a Ostia.

Ci ha detto che l’ironia è la sua ancora di salvezza, un modo per sentirsi mentalmente libera e guardare alla parte positiva della sua vita, ma pensa in ogni caso alla libertà sacrificata di quei piccoli gesti quotidiani che ogni coppia avrebbe il diritto di vivere e che ogni madre dovrebbe sempre riservare ai suoi figli.

Federica potrà ritornare «libera» se la «mafia» verrà sconfitta e se la «verità» sarà protetta.

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Ha detto che la sua vita sotto scorta l’ha portata a sviluppare un senso di libertà mentale. Può spiegarci meglio cosa è scattato in lei?

«E’ un po’ la teoria darwiniana: quando sei limitato da una parte, sviluppi molto l’altra, per necessità. Ecco io da quando non ho più la libertà di muovermi fisicamente senza la presenza della scorta, ho investito molto sul senso di libertà che nessuno può portarmi via: quello di pensare senza paura e senza condizionamenti».

È una giornalista ma anche moglie e madre, quanto è stato difficile per la sua famiglia adattarsi ai cambiamenti?

«È la parte più difficile della tremenda situazione che vivo. I bimbi sono piccoli e siamo riusciti a fargli vivere questo cambiamento radicale come un gioco, sulla falsa riga dello straordinario film “la Vita è bella” abbiamo fatto credere loro che sia tutta una situazione molto bella. Per mio marito è stato molto più difficile e ancora fa fatica ad accettarlo e ad adeguarsi al fatto che non possiamo più viaggiare sulla stessa auto o andare sdraiati su una spiaggia da soli, io e lui».

 Le emozioni, gli stati d’animo in generale, si vorrebbero tenere per sé. Come fa a nasconderli quando altre persone sono con lei ventiquattr’ore al giorno?

«Non riesco a nasconderli. Vivono tutti i miei stati d’animo, si crea una sorta di simbiosi, per cui anche io riesco a capire quando uno di loro ha avuto una brutta giornata o lo inquieta qualcosa».

 Che rapporto si è instaurato con chi la protegge?

«Con loro ormai c’è un rapporto molto intenso, passo gran parte della mia giornata insieme ai quattro carabinieri che mi difendono. Ormai ci si capisce con uno sguardo, con un seppur minimo cambiamento del tono della voce. Oltre a essere dei professionisti a cui non sfugge nulla, sono molto dolci e protettivi con i miei bambini, che li adorano».

 Qual è la parte del suo carattere che più la aiuta ad affrontare tutto questo?

«Sicuramente l’ironia. Attraverso la mia ironia riesco a sdrammatizzare situazioni e persino a riderci su, anche se le garantisco che da ridere c’è veramente poco. Ma la vita va vissuta così, con quella leggerezza calviniana che ci permette di non razionalizzare la parte negativa della nostra vita e godere di quella positiva».

 Spesso partecipa ad incontri nelle scuole. Quali sono le domande più frequenti da parte dei ragazzi?

«“Rifarebbe tutto questo?”, è una delle domande più gettonate. Ti guardano con quegli occhioni dopo averti ascoltato per ore e sperano che la risposta sia quella che puntualmente arriva: “Sì, lo rifarei, perché sono fatta così e non potrei essere qualcosa di diverso”. Hanno bisogno di punti di riferimento, di coerenza questi ragazzi. Per questo sottraggo tempo alla mia famiglia per andare ad incontrarli in tutta Italia. Credo molto nella forza della loro passione che qualcuno vorrebbe sopire e fa di tutto per sfiancare».

 La verità è tagliente come la spada? E come giornalista, cosa pensa della ricerca della verità?

«La verità è un cucchiaio amaro. La gente non ama chi dice la verità, perché la verità ferisce, mette con le spalle al muro. Il compito del giornalista è proprio quello di rappresentare la verità al nostro lettore su come sono andati i fatti, su come va la realtà. Questo crea al cronista tantissimi problemi, ma rendere le persone libere di scegliere, attraverso l’informazione, è molto importante».

 A volte i giornalisti arrivano prima ancora della magistratura a scoprire illegalità. Crede sia questo uno dei valori di questa professione?

«Assolutamente sì. Spesso purtroppo non si arriva alle stesse verità. Mi spiego: se fotografo in un quartiere l’esistenza della malavita, della mafia, perché respiro la paura delle persone, fotografo fenomeni inconfutabili, non è detto che questo a livello giuridico si traduca con una condanna per 416bis, l’associazione a delinquere di stampo mafioso. In un processo è la forza probatoria quella che sfonda la porta del reato da contestare o meno. Nel giornalismo la “sentenza” si respira guardando negli occhi la vittima di un criminale, cogliendo la sua consapevolezza che se non si piegherà a quelle regole farà una brutta fine».

 Pensa mai a quando non sarà più sotto scorta? Quali sensazioni e pensieri le provoca?

«A volte ci penso. E mi viene un gran sorriso. Mi immagino a correre con i miei figli sulla spiaggia, soli.

 Ha alle spalle un giornale importante che la appoggia, una scorta che si occupa di lei, ma le è mai comunque capitato di sentirsi sola, come giornalista e cittadina e quando?

 «Sì, spesso. Io la chiamo la solitudine dei giusti. L’Italia è un paese che riconosce il valore delle persone solo quando purtroppo muoiono, vengono uccisi. Ci vorrebbe più solidarietà quando le persone sono in vita, partecipazione, entusiasmo. Invece spesso ti giri e trovi poche persone veramente al tuo fianco».

 Ha dei progetti che vorrebbe realizzare?

«Mi piacerebbe vincere la partita contro la mafia, per dimostrare, come diceva Falcone, che è un fenomeno umano e come tale può essere sconfitto».

 Cosa direbbe a quei giornalisti che denunciano il malaffare nelle più disparate province italiane ma le cui storie non emergono? Riceve mai messaggi da parte loro?

«Io mi batto sempre per loro. Ed è per loro che ho accettato di entrare nella giunta del sindacato Unci, cercando di proporre leggi che li tutelino di più. Qualcuno mi chiama ma purtroppo nella nostra categoria c’è molta anaffettività, ognuno si chiude nella propria posizione e non si fa squadra. Un vero peccato».