“Io parlo con franchezza”: la scrittura senza aggettivi di Giuseppe Moscati

La nostra rubrica accoglie oggi, nel giorno della sua festa, le parole del più famoso medico napoletano, Giuseppe Moscati, canonizzato nel 1987 da Papa Giovanni Paolo II.
Il nostro interesse è di guardare alle caratteristiche degli scritti che Moscati ha lasciato, che possono leggersi nei numerosi volumi pubblicati nel corso degli anni e che tratteggiano la figura di un uomo abituato a parlare e a scrivere
con franchezza.
Lo stile delle sue lettere, infatti, cede poco all’uso di aggettivi, risultando asciutto e diretto, molto vicino ai moduli espressivi del messaggio evangelico. Cosi, per esempio, nella lettera indirizzata alla cugina sulla salute del figlio malato, sebbene non manchi di scusarsi, non si risparmia di essere “franco” e di comunicare la gravità della malattia del bambino, perché un medico ha il dovere di non creare false speranze, ma di guardare alla realtà insieme ai suoi pazienti e trovare insieme delle soluzioni alla malattia: “Io
parlo con franchezza, perché bisogna freddamente e con serenità guardare in faccia alle situazioni anche le più tragiche, per vedere di portarvi rimedio” (Bergamini, p. 73).
Anche se il suo modo di esprimersi segue la via diretta della verità, Moscati fu capace di confortare i suoi pazienti. All’interno delle ricette che prescriveva, infatti, oltre all’elenco dei farmaci da prendere, la sua scrittura si china verso il paziente per risollevarlo con espressioni del tipo “pensi che non ha niente”, “non deve aver paura”, citando “febbretta”, “vita tranquilla”, espressioni e parole che rompono lo stile prescrittivo proprio delle ricette mediche.
Non manca, negli scritti, l’amore che Moscati nutriva per il dialetto. Nell’ottobre del 1897, felice per la licenza liceale, scriverà un sonetto in dialetto napoletano dedicato al giardinetto di S. Lucia di Serino, dove si trovava la casa paterna (riporto la trascrizione di Marranzini 2009, p. 57):

Tengo stu ciardinetto deliziuso
Ch’è a sola gioia mia ‘o sul’ammore.
A ccà nce vide ‘o carofano adduruso;
A llà ‘a cchiù bella rosa mostra ‘o sciore.

Che d’ogni sciore è ‘o rre, ch’anche spinunso
T’encanta, oi Nì, te tira a sé lu core.
Sotto a chesta capanna, silenziuso
A primmavera sto, pannanno ll’ore;

Delli piante ammiranno ‘e tinte miste,
De biòle mmiez’ ‘a lu profumo raro
Sentenno de l’aucielle lu vucìo

Vene l’estate calda, autunno triste.
Ma sempre bellu sì, ciardino caro,
Mo viene vierno: Addio… ciardino mio!

Chiudiamo questi brevi spunti sugli scritti di Moscati facendo un cenno alla lingua delle preghiere che scrisse e che rivelano la parola del fervente innamorato del suo Signore, del mistico che si abbandona a Dio:

Mio Gesù, Amore!
Il vostro amore mi rende sublime;
il vostro amore mi santifica,
mi volge non verso una sola creatura,
ma a tutte le creature,
all’infinita bellezza di tutti gli esseri,
creati a vostra immagine e somiglianza!
(Da un appunto autografo del 5 giugno 1922).

Riferimenti per i testi citati
1) Paola Bergamini, Laico cioè cristiano. San Giuseppe Moscati medico, Sesto Ulteriano (MI), Piccola Casa Editrice, 2016;
2) Alfredo Marranzini, Giuseppe Moscati, Il Medico Santo. Ricerche e approfondimenti, Napoli, s.e., 2009;
3) Luigi Riccio, S. Giuseppe Moscati. Il Medico Santo, Napoli, Tipografia d’Alessandro, 1990.