Le parole di un passaggio a Lisbona!

Passaggio a Lisbona
Siamo in estate, tempo di viaggi. E allora vi lasciamo le parole di un passaggio a Lisbona, in ricordo di una magica esperienza in questa meravigliosa città, nel caso qualcuno vi capitasse.In Rua Augusta alle 10h, i marmi levigati riflettono il sole dritto negli occhi che si serrano per la luce forte. Starnutisco mentre mantengo in bilico un inizio di lacrime sui bordi delle palpebre inferiori. La Rua si sfoca, M. e C. mi camminano davanti, i loro corpi si mescolano ai passanti, si separano, si allungano tra i palazzi gialli fino all’arco che apre il corso su Praça do Commercio. M. e C. mi aspettano. Praça do Commercio è immensa. Non mi dice nulla, ma da lontano si intravvede il mare.
Ma non è il mare! E’ il Tago, scommettiamo?
Scommessa persa, M. ha ragione, va bene è il Tago, ma ha lo stesso odore di mare. Una scalinata in pietra allisciata dall’acqua ci attira verso due colonne che si levano dal fondale, segnando l’entrata nel fiume-mare: ecco la porta dei grandi viaggi verso terre sconosciute! Altri tempi, altri mondi. Un uomo legge seduto accanto alla colonna destra, quella che guarda verso il Cristo in pietra e il ponte rosso della rivoluzione.

Al largo del Chiado abbraccio Pessoa in bronzo, C. scatta una foto mentre, tempia a tempia, chiedo al Poeta se sia il caso di. Lui risponde no prima che io finisca di formulare la mia domanda. Sono delusa. Allora mi giro a sinistra e chiedo alla prima sedia che vedo se fa caldo. Risponde di no. Ma mente, ci sono 27 gradi e lei, in metallo e plastica impagliata, bolle ad almeno 30!.

Per tre giorni ho cercato di sorprendere il fado tra le vie nascoste del quartiere di Alfama. E invece il fado mi sorprende sulla terrazza di Santa Luzia, con la voce di una cantante vestita da impiegata, tailleur nero giacca lunga, tacchi moda-comoda. E’ questo il fado? E “il cuore rimbalza tre volte per terra”. M. ride per la traduzione a (non)senso della canzone che sentiamo, e ride anche un signore seduto su una delle casse acustiche della troupe che sta riprendendo la cantante. Avrà capito? Gli dò le spalle e mi dirigo verso la ringhiera che chiude ad angolo la terrazza, come la prua di una nave. Insceniamo il momento fatale del Titanic sui tetti che volano sul Tago. L’iceberg non c’è. Questa volta il destino che ci coglie è ordinario.

Ancora ad Alfama un drappo sfilacciato appeso a un balcone assicura Alfama é facil de amar, tra i panni stesi al sole e le teste di signore canute che si parlano da una finestra all’altra. Intanto una donna intona un fado da una casa rosa dalla pittura scorticata. E’ questo il fado!Non ho rinunciato all’électrico 28E destino Cimiteiro dos Prazeres, il tram giallo che gira per Lisbona per tutti coloro che non hanno fretta. Alla fermata successiva alla mia sale un tale che si siede sul primo sedile a due posti, l’unico sedile laterale rispetto al senso di marcia: nelle salite e nelle discese deve essere difficile mantenersi se non si hanno i vestiti dell’uomo ragno. Lui, con i suoi jeans, si è seduto senza indugio. Parla in francese. Si rivolge al ragazzo portoghese che gli è seduto di fronte e che guarda in direzione del conducente. Non sono sicura capisca il francese, ma quando il tizio parla dei diavoli tibetani che ha in casa e fa il gesto di voler tirare una foto dalla tasca posteriore dei pantaloni, il ragazzo gira di scatto la testa verso di lui, stende il braccio opponendogli il palmo della mano in un gentile novaderetro,obrigado e ritornando a guardare il conducente. Il Francese ha addosso  una croce di Cipro e un cavallo d’acciaio. S’è accorto che lo guardo, perché si gira per dirmi qualcosa proprio in una curva in salita e quasi scivola dal sedile. Si ricompone, sorride coi denti neri. Rispondo al saluto: Bonjour. Di giorno, sono sempre disposta a sfidare baldanzosa un diavolo. Lui incalza il faut se protéger, vous savez. Les diables tibetaines ne sont pas mauvais. Dice che legge i tarocchi tibetani. E i Ching? Non troppo affidabili, eh oui, perché il movimento della terra è cambiato rispetto all’epoca in cui furono pensati, è meglio passare al domino. E le rune? gli chiedo. Quelle non lo so. Ma perché non prova con il domino? Scende alla fermata Estrela, io alla successiva: Cimitéiro dos Prazeres.

Cimitéiro dos Prazeres, delle prières? Delle preghiere? No no, è proprio dei piaceri. Cimitero dei Piaceri. Vado incontro a Tabucchi e a Pessoa. Non vedo nessuno dei due. La tomba di Tabucchi è subito vicino all’entrata, ma non c’è ancora il nome. La cappella che lo accoglie è chiusa da un vetro opalino senza serratura, c’è solo il foro. Infilo il dito ma non si apre. Allora mi piego e cerco di scorgere almeno un nome, ma mi attraggono i petali di margherite colorate. Mi dimentico del nome e mi accorgo della mia immagine riflessa nel vetro. Chi sono venuta a cercare? Chiedo indicazioni su Pessoa, che è stato spostato da tempo al Monasterio dos Jeronimos, ma voglio vedere la sua tomba. In fundo e a diritta. Pare facile. Incontro un guardiano sulla strada e gli chiedo dove sia Pessoa. Mi fa cambiare strada, mi fa scendere delle scale, mi fa risalire e mi riaccompagna dove mi aveva presa:
– Non lo so. Desculpe. Bom dia.
– Obrigada.

Il cimitero appare perfetto, la morte è compatta e quasi indolore, se non fosse per la nostalgia di ciò che chi se n’è andato avrebbe potuto ancora essere. Continuo mantenendo la destra. L’occhio si ferma su una cappella con il cancello semiaperto: due bare di legno, due rose in tessuto attorcigliate a una sbarra del cancelletto. Non ne ricordo il nome, ma mi allontano per i brividi. Cosa sono venuta a cercare? Un cucciolo di gatto si ferma al cancello, lo seguo mentre immagino una tomba monumentale per Pessoa. Quando la vedo, a malapena me ne accorgo, piccola e bianca. Il gatto si ferma a contemplarla.

Arrivo alla Torre di Belem dopo essere stata al Monasteiro dos Jeronimos. Senza ben capire come, arrivo alla Torre sospesa sull’acqua, dopo esser salita e discesa da un cavalcavia. Per circa trenta minuti non c’è anima, si sentono le macchina che costeggiano il parco vicino e il metallo del treno, mentre il crepuscolo scende sul Tago. In lontananza dall’altra parte, le palme nere al tramonto fanno da contorno al mare di paglia. Devo accontentarmi di sognare come si veda il Tago sospesa sul Tago, perché è vietato entrare nella torre, nata per guerra e finita in un merletto romantico. Lentamente le luci serali la illuminano e sono pronta a veder spuntare fate e gnomi.

E’ quasi buio, ritorno verso l’ostello, domani riparto. Ma prima passo a salutare Pessoa. E la sedia.