Le intercettazioni tra leggi e polemiche

Le intercettazioni costituiscono, nel nostro ordinamento giudiziario, un importante ed efficace strumento di ricerca probatoria, utilizzato dal Pubblico Ministero, nella fase delle indagini, previa autorizzazione del Giudice delle Indagini Preliminari. Nel nostro sistema giudiziario, il Pubblico Ministero è, il titolare delle indagini, agisce, autonomamente, disponendo ed utilizzando tutti gli strumenti di ricerca probatoria, ritenuti necessari: sequestri, ispezioni, perquisizioni. Per le intercettazioni, occorre, come detto, invece, l’autorizzazione del Giudice, che costituisce, una forma di tutela e garanzia per la salvaguardia delle libertà costituzionali. Il Giudice, autorizza le intercettazioni laddove le ritenga assolutamente indispensabili per la prosecuzione delle indagini, e vi siano gravi indizi di reato.  La giurisprudenza consolidata, ha precisato che non si richiede una prova nemmeno indiziaria, di colpevolezza, sicché deve ritenersi che il legislatore esiga solo un vaglio di particolare serietà e specificità delle esigenze investigative, non una valutazione circa il fondamento di un’accusa che potrebbe anche non essere stata ancora formulata. ( Cass. Sez. Un., 17 _ 23/11/2004, n. 45189). Le indagini devono essere già in corso, affinché il Pubblico Ministero ottenga l’autorizzazione dal Giudice, perché, le intercettazioni devono essere utili per completare ed arricchire l’attività investigativa. “Il pubblico Ministero richiede al Giudice per le indagini preliminari l’autorizzazione a disporre  le operazioni previste dall’art. 266 c.p.p..  L’autorizzazione è data con decreto motivato quando vi sono gravi indizi di reato e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini. (art. 267 comma 1 c.p.p.).  Soltanto in ipotesi di particolare urgenza, è possibile per il Pubblico Ministero, agire, autonomamente, adottando un decreto motivato che dovrà, comunque, successivamente, essere convalidato entro le quarant’otto ore,  dal Giudice.  

Il tema, è particolarmente delicato, perché ha ad oggetto una attività, benché necessaria ed indispensabile, svolta in violazione di un fondamentale  diritto del cittadino: la riservatezza ed è, pertanto, essenziale contemperare le esigenze investigative, con quelle di tutela dei cittadini e delle loro libertà costituzionali.

L’attività di intercettazione è regolamentata dal codice di procedura penale, nel Capo IV del Titolo III, agli artt. 266 e ss..  In particolare l’art. 266 c.p.p. stabilisce, appunto, i limiti dell’attività di intercettazione, indicando le ipotesi di reato per le quali è possibile la predetta attività: “ l’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione è consentita nei procedimenti relativi ai seguenti reati: a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’art. 4; b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel  massimo a cinque anni determinata a norma dell’art. 4; c) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope; d) delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive; e) delitti di contrabbando; f) reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato, molestia o disturbo alle persone col mezzo del telefono; f- bis) delitti previsti dall’art. 600 ter, terzo comma, del codice penale, (pornografia minorile) anche se relativi al materiale pornografico di cui all’art. 600 quater del medesimo codice, nonché dall’art. 609 undicies; f- ter) delitti previsti dagli artt. 444, 473, 474, 515, 516 e 517 quater del codice penale (commercio di sostanze alimentari nocive, introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi, frode nell’esercizio del commercio, vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine e vendita di prodotti industriali con segni mendaci). Negli stessi casi è consentita l’intercettazione di comunicazioni tra presenti. Tuttavia, qualora, queste avvengano nei luoghi indicati dall’art. 614 del codice penale (abitazione altrui o luogo di privata dimora), l’intercettazione è consentita solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si sta svolgendo l’attività criminosa.

E’ palese, che il nostro legislatore abbia voluto prevedere questo strumento di ricerca delle prove solo in ipotesi di reati particolarmente gravi, tenuto conto della necessità, come già detto, di contemperare le esigenze investigative con la violazione dei diritti fondamentali dei cittadini costituzionalmente garantiti.

Il legislatore, pur regolamentando  l’istituto delle intercettazioni, non ne ha però dato una puntuale definizione, che ritroviamo, invece, nelle massime giurisprudenziali.  Pertanto, l’intercettazione consiste  nella captazione, occulta in tempo reale, del contenuto di una conversazione o di una comunicazione in corso tra due o più persone da parte di altri soggetti estranei al colloquio (C. Cost., sent. 81/1993; Cass. Sez. Un, 23 marzo 2000, n. 6.

Perché si possa parlare di intercettazione è necessario, in primis, che i soggetti comunichino tra loro con l’intenzione di escludere gli altri dal contenuto della comunicazione ed in modo da ritenerla segreta. E’ necessario, inoltre, che vengano utilizzati strumenti  tecnici di percezione particolarmente invasivi, in grado di captare i contenuti dei colloqui, superando le più elementari cautele  che dovrebbero garantire  la libertà e la riservatezza.

Gli strumenti tecnici utilizzati, devono necessariamente essere gli impianti di pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria. Ed infatti  l’art.  268 c.p.p. comma 3 così dispone: Le operazioni possono essere compiute esclusivamente per mezzo degli impianti istallati nella Procura della Repubblica. Tuttavia, quando tali impianti risultano insufficienti o inidonei ed esistono eccezionali ragioni di urgenza, il pubblico ministero può disporre, con provvedimento motivato, il compimento delle operazioni mediante impianti di pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria.

Il Pubblico Ministero, in ipotesi di intercettazioni di comunicazioni informatiche o telematiche, può disporre che le operazioni siano compiute mediante impianti, presso privati. (art. 268  comma 3 bis c.p.p.)

 Infine, è necessario che il soggetto che deve captare la conversazione, sia estraneo al colloquio, perché, appunto, la captazione deve avvenire in modo “clandestino”.

Non si può, di contra, parlare di intercettazione nel caso in cui uno dei partecipanti alla conversazione proceda alla registrazione. In tal caso, la trascrizione della registrazione, può essere utilizzata in un processo come prova documentale. Inoltre, non si è in presenza di intercettazione, in ipotesi di acquisizione da parte dell’ente gestore del servizio telefonico del tabulato delle chiamate dell’utente di un certo apparecchio. Nel caso in esame, non si viene a conoscenza del contenuto della conversazione ma, solo di un fatto storico, ovvero che, in un determinato giorno, ad una determinata ora, c’è stata una telefonata.

Le intercettazione, hanno una durata limitata, il termine previsto dal legislatore è di quindici giorni, ma può essere, laddove necessario prorogato, previa richiesta al Giudice che disporrà il provvedimento di proroga ex art. 267 comma 3 c.p.p. “Il decreto del Pubblico Ministero che dispone l’intercettazione indica le modalità e la durata delle operazioni. Tale durata non può superare i quindici giorni, ma può essere prorogata dal Giudice con decreto motivato per periodi successivi di quindici giorni, qualora permangono i presupposti di cui al comma 1 .

Effettuata la registrazione, è necessario che l’operatore predisponga un   verbale delle operazioni nel quale deve essere trascritto, anche sommariamente il contenuto della comunicazione intercettata. (art. 268 comma 1 e 2).

Ultimata le registrazioni, quindi la redazione dei verbali, gli atti vengono, immediatamente trasmessi al Pubblico Ministero che provvederà, entro cinque giorni dalla conclusione delle operazioni, a depositarli presso la sua segreteria,  unitamente, ai decreti che hanno disposto, autorizzato, convalidato o prorogato l’intercettazione, rimanendovi per il tempo fissato dal Pubblico Ministero, salvo che il Giudice non riconosca necessaria proroga. (art. 268 comma 4 c.p.p.)

Avvenuto il deposito degli atti, i difensori delle parti devono essere immediatamente avvisati, avendo la facoltà di esaminare i verbali, ascoltare le registrazioni e di prendere cognizione dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche entro il termine fissato dal Giudice. L’art. 268 comma 6 così dispone:“ Ai difensori delle parti è immediatamente dato avviso che, entro il termine fissato a norma dei commi 4 e 5, hanno facoltà di esaminare gli atti, e ascoltare le registrazioni, ovvero di prendere cognizione dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche. Scaduto il termine, il giudice dispone l’acquisizione delle conversazioni o dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche indicati dalle parti, che non appaiono manifestatamente irrilevanti, procedendo anche di ufficio allo stralcio delle registrazioni e dei verbali di cui è vietata l’utilizzazione. Il Pubblico Ministero e i difensori hanno diritto di partecipare allo stralcio e sono avvisati almeno ventiquattro ore prima”  In ipotesi di mancato rispetto, delle regole di cui agli artt. 267 e 268 commi 1 e 3  c.p.p., su illustrate, le intercettazioni non possono essere utilizzate. L’inutilizzabilità sussiste anche nella ipotesi in cui manchi il decreto autorizzativo, o non siano state rispettate le regole relative alle modalità dell’attività intercettiva. (art. 271 c.p.p.)

Il Consiglio Superiore della Magistratura, ha approvato le linee guida in materia di intercettazione, indicando i principi di comportamento in relazione all’attività di ascolto e trascrizioni delle conversazioni intercettate. Nella delibera così si legge: “ Appare centrale il ruolo del P.M. che, nel trattamento dei dati sensibili, potrà operare una prima selezione delle conversazioni, dando direttive alla polizia giudiziaria, affinché proceda alla trascrizione in sunto o ne annoti i dati. I magistrati si attengano ad onere di sobrietà contenutistica, eventualmente valutando se omissare, nelle conversazioni comunque rilevanti, i riferimenti a cose e persone, se non strettamente necessari, dandone conto con adeguata motivazione”.

Il CSM con tali direttive, ha sottolineato, ancora una volta, l’importanza di tale strumento di ricerca investigativa, che non va demonizzato, ma, che, se utilizzato nel rispetto delle regole già esistenti nel nostro ordinamento, non provoca alcuna lesione del diritto alla riservatezza. La diffusione mediatica, del contenuto delle intercettazioni, soprattutto delle conversazioni che esulano dal tema di indagine, rappresenta, senza ombra di dubbio, una patologia, conseguenza di una violazione sistematica delle regole.  Il problema, non può trovare soluzione, si legge nella delibera,  nella riduzione dell’area operativa del mezzo di ricerca della prova di esame che è indispensabile per le investigazioni. Né tantomeno dall’opzione di riportare per riassunto e non in forma integrale le conversazioni nei provvedimenti giudiziari, con il rischio di ridurre la genuinità della prova scaturita dalla conversazione intercettata”.

Il problema si è soprattutto presentato nelle recenti inchieste giudiziarie che hanno riguardato i parlamentari. Molti dei contenuti delle conversazioni intercettate, sono state diffuse, e molte riguardavano la sfera privata delle persone indagate, per nulla inerenti alle indagini. Pertanto, continua il CSM, nel caso in cui  si verifichino intercettazioni casuali di conversazioni di parlamentari, esse non andrebbero immediatamente trascritte ma meramente indicate nel brogliaccio con la dicitura conversazione casualmente captata con parlamentare, dandone immediata informativa al pubblico ministero per le sue valutazioni”.

Quanto alla pubblicazione da parte dei giornalisti del contenuto delle intercettazione, il 23 settembre del 2015, la Camera ha approvato un disegno di legge ed è stata conferita delega al Governo, che dovrà prevedere il “divieto della pubblicazione di comunicazioni non rilevanti ai fini della giustizia e tutelare la riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni delle persone occasionalmente coinvolte nel procedimento”. Alcune forze politiche hanno definito la norma una “legge bavaglio” soprattutto nella parte relativa alla previsione sanzionatoria. La reclusione da sei mesi a quattro anni, appare, per molti,  una sanzione eccessiva. Il 2 agosto 2016 la Commissione Giustizia del Senato ha, definitivamente, approvato la riforma del processo penale che contiene anche le modifiche alla disciplina sulle intercettazioni, conferendo la suddetta delega al Governo. Personalmente, mi preoccupa, soprattutto, che una materia così delicata, possa essere regolamentata con un disegno di legge delegata, e quindi con una delega generica al governo, tale preoccupazione è stata, espressa anche dal Procuratore della Repubblica di Torino, dr. Spataro, che in una recente intervista ha, appunto, parlato di delega generica ed ha aggiunto: “ La rilevanza penale delle intercettazioni non può che essere rilevata dai giudici che procedono nel contraddittorio con gli avvocati e il pubblico ministero. Non può essere disciplinata per legge”. L’intervista al Fatto Quotidiano  è, del 27 aprile 2016, prima dell’approvazione della norma, ed è per questo che assume una particolare rilevanza, oggi che la delega è stata conferita. L’auspicio è che il Governo si confronti con tutte le istituzioni, nel rispetto di un contraddittorio costruttivo e del giusto contemperamento delle esigenze investigativa e di tutela della libertà di stampa.