Linguaggi giovanili: esperimenti

(Dedicato ai miei studenti)

La serata di ieri è stata davvero mortallosa. Ora mi abrodo sul divanetto del salotto. Accendo una sigaretta. Il tempo passa lentamente e si sfuma nel fumo che espiro. Poso la cenere nel posello. Lei… lei ieri sera era la più bella di tutte, non scannerata come le sue amiche, ma semplice e pulita. E lei ha guardato me, proprio me, uno sboldroSpippolo qualcosa sulla tastiera del cella. Sono riuscito a recuperare il suo numero, ma non penso che a frasi banali, così desisto dall’inviare un sms.
Intanto è arrivato il mio amico e mi storrona con notizie insopportabili. Avanza con il suo sorriso e non resisto al suo Bello bro, come va? Cedo sempre. Gli voglio bene, ma a volte è proprio accollo e si appalazza da me sempre nei momenti meno opportuni, sempre quando devo fare un viaggio tra i miei pensieri e ho bisogno di non sentire nessuno. Ma non ho voglia di stare in buia con lui, così cedo.
Mi sento svinato di fronte al suo sguardo, allo sguardo di Lei. Se solo ci penso, mi allamperei da solo. Mi ha dato persino il suo numero e non riesco a scriverle!
Ammazzo l’ultima sigaretta e intanto penso ai suoi occhi che mi blindano, mi scoprono, mi spiazzano. Non sono il tipo che callupa per il gusto di farlo. Ma quando mi guarda lei, tutto mi cangura. Trovo che sia una ragazza straordinaria e sento di non cannarmi, ma mi coniglio di farmi avanti.

Se di fronte a questo testo riuscite a percepire che è italiano ma non riuscite a capirne fino in fondo il significato, non preoccupatevi, non correte ad aprire il dizionario: siete dinanzi a un gergo e nella fattispecie al gergo giovanile. Si tratta di un piccolo scherzo, creato ad hoc per questo articolo, perché nella realtà non troverete mai tutti insieme i termini che ricorrono in grassetto, perché provengono da gerghi giovanili appartenenti a diverse aree geografiche italiane. Volevamo, anche se per gioco, far provare quel senso di straniamento che si avverte quando sentiamo parlare persone in un gergo, in quella varietà della lingua difficilmente comprensibile a chi non fa parte del gruppo che lo parla.

Sono ormai numerosi gli studi che hanno contribuito a descrivere i linguaggi giovanili (nella bibliografia in calce son riportati i link di quelli facilmente raggiungibili in rete). I termini che abbiamo usato nel testo di apertura dell’articolo sono tratti da un volumetto del 2015, intitolato Slangopedia. Dizionario dei gerghi giovanili, realizzato dalla giornalista Maria Simonetti e preceduto da una introduzione di Valerio Magrelli. Si tratta, come si evince dal titolo, della raccolta di termini attribuiti a gerghi giovanili di varie parti d’Italia, cominciata nel 2001 sul sito dell’Espresso dal nome Slangopedia, un vocabolario in rete di espressioni e slang giovanili, aggiornato dalla Simonetti ogni due settimane. Si parla di gerghi giovanili al plurale, e non di un solo linguaggio giovanile, perché la lingua utilizzata dai più giovani è una varietà d’italiano influenzata dal luogo di provenienza, dai dialetti, dall’età e dall’istruzione, pertanto ogni regione, persino ogni città e addirittura ogni quartiere potranno avere un lessico proprio.  

Alcuni termini presenti nel volume sono stati definiti dall’autrice global, perché appartengono ormai ai gruppi giovanili di tutta Italia: apparterrebbero a questa categoria parole come proffia ‘professoressa’ e bro ‘fratello, amico’ (dall’inglese brother). Da Nord a Sud dell’Italia, numerosi sono gli acronimi utilizzati nei gerghi giovanili, tra i quali segnaliamo il napoletano MOM (emme-o-emme, per indicare un oggetto non di marca comprato Miezz’O Mercato), oppure il tarantino ALEF (Alto Lungo e Fesso). Non mancano termini inglesi come jack, usato nel salernitano per indicare un oggetto da restituire (Vedi questa penna? Si chiama Jack, fa il servizio e torna back), o anglicismi adattati all’italiano come jumpare (che nel milanese significa ‘bigiare la scuola’) e oddinico (dall’inglese odd e che è usato dai giovani torinesi con il significato di ‘cosa stupida’). Sono presenti anche prestiti da altre lingue come la parola giapponese kawaii, usata nel salernitano per indicare ‘tutto ciò che è carino ed è riferito soprattutto agli animali’. Spesso i nomi di persona, o i nomi di personaggi televisivi noti, creano vere e proprie espressioni idiomatiche come fare il taricone (che significa ‘pavoneggiarsi’ e deriva dal nome di uno dei protagonisti del primo Grande Fratello), oppure fare il Vincenzo ‘fare il finto tonto’ (dalla canzone Vincenzo io ti ucciderò di A. Fortis).

Di seguito riproponiamo il nostro brano iniziale. Accanto al termine gergale si trova, in parentesi quadre e in rosso, il corrispondente italiano:

La serata di ieri è stata davvero mortallosa [= entusiasmante]. Ora mi abrodo [= rilasso] sul divanetto del salotto. Accendo una sigaretta. Il tempo passa lentamente e si sfuma nel fumo che espiro. Poso la cenere nel posello [= posacenere] Lei… lei ieri sera era la più bella di tutte, non scannerata [= eccessivamente truccata] come le sue amiche, ma semplice e pulita. E lei ha guardato me, proprio me, uno sboldro [= trasandato]. Spippolo [= digito] qualcosa sulla tastiera del cella [= cellulare]. Sono riuscito a recuperare il suo numero, ma non penso che a frasi banali, così desisto dall’inviare un sms.
Intanto è arrivato il mio amico e mi storrona [= annoia] con notizie insopportabili. Avanza con il suo sorriso e non resisto al suo Bello bro [= amico], come va? Cedo sempre. Gli voglio bene, ma a volte è proprio accollo [= pesante] e si appalazza [= viene a casa mia] da me sempre nei momenti meno opportuni, sempre quando devo fare un viaggio tra i miei pensieri e ho bisogno di non sentire nessuno. Ma non ho voglia di stare in buia [= litigare] con lui, così cedo.
Mi sento svinato [= privo di volontà] di fronte al suo sguardo, allo sguardo di lei. Se solo ci penso, mi allapperei [= prenderei a schiaffi] da solo. Mi ha dato il suo numero e non riesco a scriverle!
Ammazzo [= spengo] l’ultima sigaretta e intanto penso ai suoi occhi che mi blindano [= smascherano] mi scoprono, mi spiazzano. Non sono il tipo che callupa [= corteggia] per il gusto di farlo. Ma quando mi guarda lei, tutto mi canguro [= scivola addosso]. Trovo che sia una ragazza straordinaria e sento di non cannarmi [= sbagliarmi], ma mi coniglio [= ho paura] di farmi avanti.

Bibliografia per approfondire

Michele Cortelazzo, Il linguaggio giovanile.
Vera Gheno, Il linguaggio dei giovani e l’istamina (che cambia): “Lo slang aiuta a diventare adulti”
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Maria Simonetti, Slangopedia. Dizionario dei gerghi giovanili, Viterbo, Stampa Alternativa, 2015.
Slangopedia (sito aggiornato ogni due settimane e curato da Maria Simonetti).