“I” come “Invidia” il male segreto

La nostra rubrica accoglie oggi una parola dinanzi alla quale i più inorridiscono, una parola che viene rifiutata, detta a bassa voce, evitata, o gettata come pietra contro chi è accusato di esserne portatore: si tratta della parola invidia, con cui definiamo, in generale, quel sentimento che ci spinge a provare sofferenza per il bene del nostro prossimo. Si è difficilmente disposti ad accettare che questo sentimento ci corroda sotto il cielo dell’arcata epigastrica del nostro stomaco, per questo si è soliti camuffarlo con altri nomi, quali gelosia o cupidigia. Eppure, se volessimo dare una definizione di questi tre sentimenti, scopriremmo che, benché abbiano tutti a che fare con il possesso di un bene, in realtà sono molto diversi tra loro. Nell’introduzione al suo saggio-romanzo, Invidia. Il mal segreto (1998), il brasiliano Zuenir Ventura scrive infatti che «la gelosia è voler mantenere ciò che si possiede; la cupidigia è volere ciò che non si possiede; l’invidia è non volere che l’altro possieda». E lo scrittore continua dando un quadro dei vari sentimenti per cui «l’invidia è un virus caratterizzato dall’assenza di sintomatologia apparente. L’odio schiuma. La pigrizia si espande. La gola ingrassa. L’avarizia accumula. La lussuria si offre. L’orgoglio brilla. Solo l’invidia si nasconde» (p. 10).

Il termine compare per la prima volta nella lingua italiana alla metà del XIII secolo nelle Rime del lucchese Bonagiunta Orbicciani e in un testo bergamasco dello stesso periodo, in cui si parla dell’invidia di Giuda che porta al tradimento e all’assassinio di Gesù. Nei primi testi italiani l’invidia è spesso causa di omicidi o di guerre e non mancano testi morali in cui si offre una soluzione a questo male: per esempio nei Trattati morali di Albertano da Brescia volgarizzati da Andrea da Grosseto nel 1268, in cui si dice che le persone sagge, i sapienti, non provano invidia perché «non àe invidia de l’altrui scientia, collui ke si confida de la sua», ossia chi ha coscienza del proprio valore, non invidia gli altri.
Nella sua etimologia la parola invidia ha la stessa origine di vedere e quindi di vista, visione: deriva, infatti, dal latino invideo, dove il suffisso in può avere significato di contromale, per indicare il guardare in modo ostile qualcuno, oppure un significato negativo, per indicare il non-guardare affatto. La duplicità del significato svela anche la duplicità del sentimento, per cui se da un lato l’invidioso è colui che indaga con atteggiamento malevolo, dall’altro si finge indifferente perché non vuole ammettere il valore e la desiderabilità di ciò che è intento a guardare.

Tutte le società hanno sviluppato una forte sensibilità nei confronti dell’occhio dell’invidioso, ovvero dell’occhio maldisposto verso il prossimo, del malocchio, al punto che per difendersi dall’invidia si tende a nascondere ciò che si fa per non essere invidiati, per cui si sacrifica la condivisione di un viaggio, di un fidanzamento, di un progetto, persino di un buon pranzo. Così invidioso e invidiato entrano in un perverso gioco di non detto, in un teatrino di scene mute in cui, spesso, i ruoli si scambiano in continuazione. L’invidioso prova risentimento contro l’invidiato che a sua volta prova sentimenti ambigui: se da un lato è lusingato dall’invidia, dall’altro la sente come una minaccia e una ingiustizia nei suoi confronti. E tanto più l’invidiato riconosce l’invidia dell’altro e se ne risente, tanto più è probabile che il germe dell’invidia dimori anche in lui.

San Tommaso d’Aquino definisce l’invidia come: «tristezza per il bene di altri in quanto sminuisce il proprio valore», pertanto, come si legge anche nel recente volume sull’invidia di Maria Miceli, la bassa autostima e l’invidia si troverebbero molto spesso insieme: «l’invidia nasce quando dal senso di inferiorità e di impotenza si fa strada il desiderio del male dell’altro: il desiderio che l’altro perda il bene invidiato (…) o che sia abbassato al proprio livello».

L’invidia e lo sguardo secondo la psicologia

Abbiamo detto che l’invidia è legata soprattutto all’organo della vista, allo sguardo. Ma cosa guarda l’invidioso? In realtà, forse, l’invidioso non sa guardare, non sa osservare la realtà quale essa è, «non vede l’altro, non sa che cosa l’altro pensa, sente, desidera. Non ne capisce la sofferenza, non considera le angosce, le lotte, le delusioni, le sfide, le fatiche che l’altro ha sostenuto per raggiungere quella meta» (Alberoni, Gli invidiosi, p. 42). L’invidioso guarda ma poi vede ciò che immagina e non la realtà quale essa è davvero.
Maria Miceli, ricercatrice presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Cnr di Roma, nel suo volume sulla Invidia spiega che gli ingredienti fondamentali dell’invidia sono il confronto con colui che ha un bene, da cui consegue un senso di inferiorità, e la perdita di autostima, causata dal senso di inferiorità (p. 41). Se la studiosa affronta in modo approfondito gli effetti di questo sentimento sia all’interno della società, sia nelle stanze interiori del singolo, dinanzi alla domanda che alla fine del manuale ogni lettore si pone, ossia come si guarisce dall’invidia? (e per la quale anelerebbe trovare una battuta che lo sollevi), la risposta è che «si tratta di una domanda tutt’altro che facile, alla quale è forse impossibile dare una risposta soddisfacente» (Maria Miceli, L’invidia, p. 121).

La soluzione cristiana: lo sguardo salvifico di Gesù

Dalla tradizione cristiana, invece, una risposta arriva ed è nello sguardo del protagonista principale della narrazione evangelica, Gesù. Si è detto che l’effetto più dannoso dell’invidia è la distorsione dello sguardo, per cui l’invidioso guarda ma in realtà non vede davvero ciò che ha dinanzi, per cui il suo sguardo esce ferito dal confronto con il prossimo, al punto che egli deve guardare altrove, deve nascondere in sé l’abominio di quel sentimento. Non è un caso che Dante collochi gli invidiosi in Purgatorio con gli occhi cuciti con un fil di ferro: sono coloro che non riuscirono a usare bene gli occhi e per contrappasso sono dolorosamente ciechi.
Al posto della umanissima distorsione dello sguardo di molti protagonisti dei racconti evangelici, Gesù offre il suo sguardo, uno sguardo nuovo che sia di esempio all’uomo e che possa essere ricordato. Sono infatti molti i verbi con cui gli evangelisti descrivono il  modo in cui Gesù guardava: egli guardafissadirige lo sguardo, alza gli occhi al cielo (una ricognizione è stata fatta nel volume Come nessun altro, di Armando Matteo, docente di Teologia Fondamentale alla Pontifica Università Urbaniana). Quando Gesù guarda i pubblicani, guarda le prostitute, il suo sguardo libera quelle persone dallo sguardo di coloro che li avevano rigettati: in quegli uomini Gesù «vede ciò che tutti dovrebbero vedere, ma non vedono: un destino, una sorte, un intreccio di libertà e nello stesso tempo lo spiraglio di un cambiamento, di una conversione. Lo vede come nessun altro» (Armando Matteo, Come nessun altro, p. 58). In tal modo lo sguardo di Gesù libera coloro su cui si posa, perché fissa con i suoi occhi l’uomo lo ama. L’importanza dello sguardo e dell’insegnamento a guardare gli altri è sottolineata da Gesù stesso in un passo del vangelo di Matteo: «La lampada del corpo è l’occhio; perciò se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso, ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso» (Mt 6,22-23). L’occhio semplice con cui Gesù insegna a guardare il mondo permette all’uomo di accedere all’amore per la creazione di Dio ed è questo «occhio semplice che ciascuno può imparare ad avere, per interrompere il gioco luciferino dell’invidia» e della svalutazione di sé sulla quale fa leva questo sentimento (Armando Matteo, p. 74).

Bibliografia citata:

Francesco Alberoni, Gli invidiosi, Garzanti, Milano, 2002 [I ed. 1991].
Armando Matteo, Come nessun altro. Invidia infelice e vita benedetta, Milano, Vita e Pensiero, 2012.
Maria Miceli, L’invidiaAnatomia di un’emozione inconfessabile, Bologna, il Mulino, 2012.
Zuenir Ventura, Invidia. Il mal segreto, Roma, Cavallo di Ferro editore, 2007 [I ed. brasiliana 1998].