Papa Francesco per le vocazioni: “Santità, comunione, vocazione”

Papa Francesco ha ricevuto questa mattina in Udienza i partecipanti al Congresso dei Centri nazionali per le Vocazioni delle Chiese di Europa, in corso a Roma, dal 4 al 7 giugno, presso la Casa San Juan de Avila. Il Papa ha consegnato il discorso preparato per l’occasione e ha pronunciato un discorso a braccio. Nel testo consegnato il Pontefice mette in evidenza tre importanti linee guida: la santità, come “chiamata che dà senso al cammino di tutta la vita”; la comunione, come “humus” delle vocazioni nella Chiesa; la vocazione stessa, come parola-chiave da preservare, coniugandola con le altre: “felicità”, “libertà” e “insieme”; e infine declinandola come speciale consacrazione.

Sulla santità il Papa spiega nel discorso consegnato : “La vocazione è un cammino che dura tutta la vita. Infatti, la vocazione riguarda il tempo della giovinezza quanto all’orientamento e alla direzione da assumere in risposta all’invito di Dio, e riguarda la vita adulta nell’orizzonte della fecondità e del discernimento del bene da compiere. La vita è fatta per portare frutto nella carità e questo riguarda la chiamata alla santità che il Signore fa a tutti”.

Per quanto riguarda il tema della comunione, il Pontefice sottolinea ai presenti: “La pastorale non può che essere sinodale, vale a dire capace di dare forma a un camminare insieme. E la sinodalità è figlia della comunione. Si tratta di vivere di più la figliolanza e la fraternità, di favorire la stima reciproca, valorizzare la ricchezza di ciascuno, credere che il Risorto può operare meraviglie anche attraverso le ferite e le fragilità che fanno parte della storia di tutti”.

Infine Papa Francesco insiste sulla stessa parola vocazione: “La parola vocazione non è scaduta. L’abbiamo ripresa nell’ultimo Sinodo, durante tutte le fasi”. La parola vocazione è a sua volta collegata con le parole felicità e libertà.

“Questo, l’essere un segno gioioso – dice il Papa – non è per nulla scontato, eppure è la questione più importante per il nostro tempo, in cui la “dea lamentela” ha molti seguaci e ci si accontenta di gioie passeggere. Invece la felicità è più profonda, permane anche quando la gioia o l’entusiasmo del momento scompaiono, anche quando sopraggiungono le difficoltà, il dolore, lo scoraggiamento, la disillusione. La felicità rimane perché è Gesù stesso”.

Il Papa conclude nel discorso consegnato: “Non abbiate paura di accettare la sfida di annunciare ancora la vocazione alla vita consacrata e al ministero ordinato. La Chiesa ne ha bisogno! E quando i giovani incontrano uomini e donne consacrati credibili, non perché perfetti, ma perché segnati dall’incontro col Signore, sanno gustare una vita differente e interrogarsi sulla loro vocazione”.

Nel discorso a braccio – diffuso poi dalla Sala stampa della Santa Sede – il Papa commenta sulle vocazioni: “Non è cercare nuovi soci per questo club. No. Deve muoversi nella linea della crescita che Benedetto XVI tanto chiaramente ci ha detto: la crescita della Chiesa è per attrazione, non per proselitismo. Così. Lo ha detto anche a noi [Vescovi Latinoamericani] ad Aparecida. Non si tratta di cercare dove prendere la gente…, come quelle suorine che andavano nelle Filippine negli anni ’90, ‘91, ‘92. Non avevano case nelle Filippine, ma andavano lì e portavano le ragazze qui. E ricordo che nel Sinodo del ’94 è uscito sul giornale: La tratta delle novizie. La Conferenza episcopale filippina ha detto: No. Prima di tutto nessuno viene qui a pescare le vocazioni, non va. E le suore che hanno casa nelle Filippine, facciano la prima parte della formazione nelle Filippine. Così si evita qualche deformazione. Questo ho voluto chiarirlo, perché lo spirito del proselitismo ci fa male”.

Il Papa conclude a braccio: “Comunicare è forse la sfida che noi dovremmo avere con i giovani. La comunicazione, la comunione. Insegnare loro che è bene l’informatica, sì, avere qualche contatto, ma questo non è il linguaggio: questo è un linguaggio gassoso. Il vero linguaggio è comunicare. Comunicare, parlare… E questo è un lavoro di filigrana, di merletti come dicono qui. È un lavoro da fare andando passo a passo. E a noi spetta anche capire cosa significa per un giovane vivere sempre in connessione, dove è andata la capacità di raccogliersi in sé stessi: questo è un lavoro per i giovani. Non è facile, non è facile, ma non si può andare con preconcetti o con l’imposizione puramente dottrinale, nel senso buono della parola: Tu devi fare questo. No. Bisogna accompagnare, guidare, e aiutare affinché l’incontro con il Signore faccia loro vedere qual è la strada nella vita”.