Papa Francesco: per Terrasanta due Stati con confini riconosciuti

“Soffiano venti di guerra” e un “modello di sviluppo ormai superato continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale”. Muove da questa denuncia il messaggio natalizio del Papa, letto dalla loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro e incentrato sui volti dei bimbi del mondo a partire dai quali il Pontefice, invitando a vedervi Gesu’, ha tracciato una mappa dei luoghi di sofferenza e di conflitto nel mondo. Nel messaggio, che tradizionalmente ha preceduto la benedizione “Urbi et Orbi” e gli auguri natalizi, papa Francesco ha rivolto anche appelli per Gerusalemme e Terrasanta, penisola coreana e minoranze in Myanmar e Bangladesh. E non ha dimenticato di ricordare la situazione dei bimbi figli di disoccupati, vittime del lavoro minorile e dei figli di migranti, spesso costretti a viaggiare da soli e spesso vittime dei trafficanti di esseri umani. Prima che il Papa leggesse il messaggio natalizio, sono stati eseguiti gli inni, papa Francesco ha successivamente impartito la benedizione “Urbi et Orbi” (alla citta’ e al mondo, ndr) e ha poi rivolto gli auguri a tutti, sia i presenti in piazza che quanti sono collegati attraverso i vari media, auguri “per un futuro fraterno e solidale”. Sul sagrato di San Pietro, oltre alla banda vaticana e a quella dei carabinieri, un nutrito picchetto di guardie svizzere. “Vediamo Gesu’ nei bambini del Medio oriente – ha dunque detto papa Francesco – che continuano a soffrire l’acuirsi delle tensioni tra israeliani e palestinesi. In questo giorno di festa invochiamo dal Signore la pace per Gerusalemme e per tutta la Terra Santa; preghiamo perche’ tra le parti prevalga la volonta’ di riprendere il dialogo e si possa finalmente giungere a una soluzione negoziata che consenta la pacifica coesistenza di due Stati all’interno di confini concordati tra loro e internazionalmente riconosciuti e sostenga lo sforzo di quanti nella Comunita’ internazionale sono animati dalla buona volonta’ di aiutare quella martoriata terra a trovare, nonostante i gravi ostacoli, la concordia, la giustizia e la sicurezza che da lungo tempo attende”. “Possa l’amata Siria ritrovare finalmente il rispetto della dignita’ di ogni persona, attraverso un comune impegno a ricostruire il tessuto sociale indipendentemente dall’appartenenza etnica e religiosa”, ha auspicato, prima di ricordare l’Iraq “ancora ferito e diviso dalle ostilita’ che lo hanno interessato negli ultimi quindici anni” e “lo Yemen, dove e’ in corso un conflitto in gran parte dimenticato, con profonde implicazioni umanitarie sulla popolazione che subisce la fame e il diffondersi di malattie”. Ha citato le sofferenze di Sud Sudan, Somalia, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centroafricana e Nigeria. “Preghiamo che nella penisola coreana si possano superare le contrapposizioni e accrescere la fiducia reciproca nell’interesse del mondo intero”, ha detto dopo aver ricordato i “conflitti” che minacciano “il mondo intero”. Il Venezuela, ha auspicato, “possa riprendere un confronto sereno tra le diverse componenti sociali a beneficio di tutto l’amato popolo venezuelano” e ha pregato per l’Ucraina, dove sono “gravi” le “ripercussioni umanitarie” del conflitto. “Rivedo Gesu’ – ha anche spiegato il Papa – nei bambini che ho incontrato durante il mio ultimo viaggio in Myanmar e Bangladesh, e auspico che la Comunita’ internazionale non cessi di adoperarsi perche’ la dignita’ delle minoranze presenti nella Regione sia adeguatamente tutelata”. Nel viaggio il Papa aveva incontrato alcuni profughi dello stato del Rakhine, i rohingya, mentre ieri la assemblea generale dell’Onu ha esortato il Myanmar a mettere fine alle operazioni militari contro i rohingya nel Rakhine. “Vediamo Gesu’ – infine – nei bambini i cui genitori non hanno un lavoro e faticano a offrire ai figli un avvenire sicuro e sereno. E in quelli a cui e’ stata rubata l’infanzia, obbligati a lavorare fin da piccoli o arruolati come soldati da mercenari senza scrupoli. Vediamo Gesu’ nei molti bambini costretti a lasciare i propri Paesi, a viaggiare da soli in condizioni disumane, facile preda dei trafficanti di esseri umani”.