Oltre la trattativa, Vincenzo Zurlo: “Perchè non si è data importanza a quella famosa ‘annotazione’ di Falcone?”

Ci sono tanti modi di riscrivere la storia, uno di questi – e forse il più pericoloso – è quello di affidarsi alle aula di giustizia. Ai tribunali. Confondendo verità storica e verità giudiziaria.

Il processo sulla Trattativa, in corso a Palermo, corre il rischio di essere ricordato come uno dei più clamorosi insuccessi di riscrittura storica d’Italia. In questa chiave, è illuminante la lettura di un libro assai coraggioso, pubblicato per i tipi della «Iuppiter» di Napoli, che s’intitola appunto «Oltre la Trattativa». L’autore è Vincenzo Zurlo, un ex appartenente al Ros di Mario Mori, imputato proprio a Palermo per aver – secondo i pm – offerto copertura e anzi agevolato l’accordo osceno tra Stato e mafia per far cessare le stragi. Per aver trasformato, insomma, in «carne e sangue» parte delle richieste del famigerato «papello» di Totò Riina. Il superboss arrestato (è morto oggi), giusto per essere chiari, proprio dagli uomini di Mori. Uno dei tanti cortocircuiti di questa storia.

Il processo del capoluogo siciliano seguirà il suo corso, ma una visuale nuova il libro la offre con chiarezza. E Zurlo, sottufficiale dei carabinieri laureato in giurisprudenza e specializzato in criminologia forense, l’inquadratura investigativa la sposta su un filone che, a suo dire, sarebbe il vero movente dell’omicidio di Paolo Borsellino. Dunque, il giudice ucciso non per aver scoperto la Trattativa, ma per tutt’altro. Per cosa? Per soldi. O meglio, dice Zurlo, per gli appalti. Che sono il motore di tutto, e quindi pure di Cosa Nostra. E di tutto quello che le ruota attorno.

Una informativa, firmata dai militari del Ros, che racconta della spartizione dei lavori pubblici in Sicilia su cui prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino stavano indagando. Entrambi sono morti ammazzati. Mentre quelli che l’hanno scritta sono finiti «crocifissi» dalla giustizia. Dentro quest’informativa c’era un po’ di tutto. E c’erano quasi tutti. «Una inchiesta che aveva tentato di scoperchiare il comitato d’affari siciliano in cui sedevano politici regionali e nazionali, mafiosi ed imprenditori di primissimo livello (o loro riferimenti) come Raul Gardini, Claudio de Eccher e Paolo Catti de Gasperi, genero del più noto statista italiano – si legge nel libro –. Un’indagine finita, tristemente e incomprensibilmente al macero, nel momento stesso in cui è stato azionato l’ordigno che nel luglio del 1992 ha strappato la vita a Paolo Borsellino. Mafia-appalti resta una traccia mai realmente seguita. Un aborto investigativo – dice l’autore – che si cala nel mare agitato di una procura, quella di Palermo, attraversata da un clima di sospetto e di accuse di pentiti che gettano un’ombra opaca sulla gestione del pool inquirente siciliano da parte del procuratore Pietro Giammanco».

«Ricordiamo per tutti solo il pentito Giovanni Brusca – aggiunge l’autore ad “Agora24” – che proprio a Nino Di Matteo, raccontò che la pista da seguire per arrivare ai mandanti ed al movente dell’omicidio di Paolo Borsellino era legata proprio all’indagine sugli appalti». Lo stesso pm Ingroia, nell’intervista rilasciata a Zurlo, ammette l’importanza del filone. «Mafia-appalti è una indagine portata avanti dai carabinieri del Ros dall’allora capitano De Donno con Giovanni Falcone sulle dichiarazione di Giaccone sindaco di Baucina. […] La cosa importante che diceva Borsellino era riferita all’annotazione che c’era nel diario di Falcone, nel senso che Borsellino diceva “Falcone non è solito annotare, se ha annotato ed ha lasciato traccia vuol dire che attribuiva grandissima importanza” e quindi avviò una sorta di indagine personale e parallela anche su mafia-appalti […]. Ma non ci si crederà mai come movente definitivo e privilegiato.»

«Ecco, perché – si chiede Zurlo – non si è data la giusta importanza a quella famosa “annotazione” di Falcone? E perché i magistrati che se ne sono occupati non si sono mai chiesti come mai Borsellino, prima di essere ammazzato in via D’Amelio, decise di incontrare il Ros, che seguiva proprio mafia-appalti, non in Procura ma in una caserma dei carabinieri? Si sentiva, evidentemente – conclude Zurlo – poco protetto dall’allora procuratore capo Giammanco, il cui operato ha dato adito a diverse e non sempre positive valutazioni da parte dei suoi più stretti collaboratori. Perché ancora oggi, di fronte ad evidenze messe in luce anche da Fiammetta Borsellino, figlia dell’eroe di via D’Amelio, non si segue questa pista? Speriamo che Nino Di Matteo ci dia una risposta credibile, altrimenti c’è da pensare che quando “sono entrati nella stanza dei bottoni” in realtà hanno sbagliato porta».