Giornalisti di periferia, Luciana Esposito minacciata dalla camorra: “Denunciate, solo così cambieremo la nostra terra”

 

“Questa dovrebbe abbuscare ogni volta che esce di casa”. È solo una delle tante frasi di minaccia pronunciate quotidianamente contro Luciana Esposito, giovane giornalista napoletana. 33 anni, un’adolescenza spesa a rimboccarsi le maniche per i più deboli e l’esigenza di raccontare i tanti volti di Ponticelli, quel quartiere nella periferia di Napoli che ormai conosce un po’ come le sue tasche. Sono queste le ragioni che nel 2014 la spingono a fondare un quotidiano online dal nome Napolitan.it, attraverso il quale inizia a dedicare molta attenzione al Parco Merola, protagonista negli ultimi anni di un tentativo di riqualificazione sociale grazie alla street art. Ma la sua voglia di documentare la rinascita del quartiere non va giù a chi si ritiene il padrone di quella fetta di città, il gestore del chiosco al centro del parco. Presto l’intolleranza si trasformerà in minaccia, e la minaccia in violenza, culminata in un’aggressione fisica da parte della moglie dell’uomo. Ulteriore atto intimidatorio che la giornalista decide finalmente di denunciare.

Nel 2015 è stata più volte minacciata dai titolari del chiosco. L’episodio più grave risale al 21 dicembre ed è avvenuto in un giorno di mercato, davanti agli occhi di tante persone che non sono intervenute. Cosa l’ha spinta a denunciare?

L’istinto di sopravvivenza, era l’unica alternativa che avevo per mettermi in salvo. Io non ho mai avuto dubbi sul fatto di voler denunciare, quando la signora ha iniziato a picchiarmi io avevo già il telefono in mano e stavo cercando di chiamare i soccorsi. Tant’è che lei ha cercato di strapparmi il cellulare per impedirmelo, quindi a loro il fatto che io avrei chiamato la polizia era già chiaro. Sapevano a cosa sarebbero andati incontro. Un mese prima avevo subìto un’aggressione da parte della figlia. Lei mi ha picchiato all’interno del parco in mezzo ai bambini che giocavano a calcio, e questa è stata forse la prima forte azione dimostrativa. Hanno mandato avanti lei, che era incinta, perché sapevano bene che nel momento in cui avessi reagito mi sarei messa nei guai. Non ho immediatamente denunciato quella cosa perché con il mio avvocato stavamo cercando di capire quale strada battere per evitare altre. Non ho avuto neanche il tempo materiale di pensarci che dopo un mese, quando mi hanno rivisto per strada, è successo quello che è successo.

Per proteggere la sua incolumità e tutelare il lavoro della magistratura è stata costretta ad allontanarti da Napoli per qualche tempo. Come si è sentita?

Sono stata obbligata dal fatto che l’aggressione era avvenuta il ventuno dicembre, pochi giorni prima di Natale. L’atto era stato piuttosto violento, io non riuscivo ad alzarmi dal letto perché avevo le prime due vertebre cervicali quasi incrinate. A Natale non sono nemmeno riuscita a sedermi a tavola per mangiare. Appena ho riacquisito la capacità di guidare sono andata via. Capodanno l’ho trascorso da sola, per volere di chi ha preso in carico la denuncia che mi ha consigliato di non espormi in giorni così delicati, in cui spesso durante i fuochi per festeggiare l’arrivo del nuovo anno scappa il morto colpito (guarda caso) da un proiettile vagante. Sono tornata a casa dopo un mese, alla fine di gennaio.

 Che ripercussioni ha avuto questa vicenda sulla sua quotidianità?

All’inizio è stata tosta non tanto per l’allontanamento, quanto per il linciaggio di cui sono stata vittima subito dopo la vicenda sui social e gli insulti ricevuti. Qualcuno mi ha accusato di aver provocato la famiglia perché in realtà ero l’amante del proprietario del chiosco. Anche molti giornalisti del quartiere mi hanno additata come quella che voleva ripercorrere il falso mito di Roberto Saviano, strumentalizzando la vicenda. Perfino le associazioni anticamorra che operano sul territorio, in primis Libera, hanno preso questo tipo di posizione. Un’ora dopo l’aggressione mi ha chiamato il presidente regionale di Libera Campania dicendomi che fino a quando non sarebbe stata emessa una sentenza definitiva di condanna riguardo i miei aggressori come associazione non avrebbero potuto fare nulla. Questa cosa per me ha rappresentato un grosso pericolo, perché in qualche modo l’atteggiamento violento dei miei aggressori è stato legittimato.

A che punto è il processo?

A un punto morto, purtroppo. E’ iniziato a giugno dell’anno scorso, c’è stato un secondo rinvio a giugno del 2017, e un terzo rinvio ad aprile 2018. Sono passati quasi tre anni senza riuscire a mettere un punto.

Il suo è il primo caso dopo tanti anni in cui il Sindacato Unitario Giornalisti Campania, d’intesa con la Federazione Nazionale Stampa Italiana, si è costituito parte civile durante il processo per le minacce da lei subìte. Che valore ha avuto questo gesto?

Per me inestimabile. Mentre ero fuori città in un periodo così buio della mia vita ho conosciuto Claudio Silvestri, il segretario del SUGC, che immediatamente mi ha detto di ricontattarlo una volta tornata a Napoli per parlare della mia situazione. Da lì è nato un percorso che di fatto mi ha portato a non isolarmi, perché se avessi fatto affidamento sulle forze che operano sul territorio e le associazioni anticamorra, che in teoria dovrebbero fare quadrato in queste situazioni, sarei rimasta tristemente sola. Probabilmente oggi sarei dovuta andar via. Se c’è stato un risvolto positivo alla mia storia è anche grazie a loro.

Continua a ricevere minacce?

Non ho mai smesso di riceverne. Dopo l’episodio dell’aggressione ho ricevuto minacce dalla mamma del boss di “barbudos” che fu ucciso a Ponticelli in un circolo ricreativo. Lei mi ha accusato di essere la responsabile della morte del figlio perché pochi giorni prima ero stata intervistata dal canale all news Rainews24 e in una discussione sul legame tra tatuaggi e criminalità organizzata avevo citato anche il figlio. Per due settimana mi ha cercato per l’intero rione perché voleva giustizia. Fortunatamente questa bolla di sapone poi si è dissolta. Ma attraverso i social arrivano continuamente intimidazioni, insulti e minacce. E ultimamente, a seguito di un’inchiesta che ho condotto sulla vita notturna dei minori affiliati alla malavita, sono stata verbalmente aggredita dalla madre di uno dei ragazzini.

Ha raccontato che spesso quando è in zone a rischio minaccia la gente scende in strada per farle da ‘scorta umana’. Esiste anche un’altra faccia del quartiere?

Ricevo tantissime offerte di aiuto da persone che supportano il mio lavoro. Questo è importante perché forse se continuano a venirmi a cercare alla luce del sole hanno capito che il mio messaggio sta prendendo il sopravvento su quello che loro hanno tentato di radicare nella coscienza delle persone. Colpirmi davanti a tutti, o anche solo minacciarmi, è un modo per inibire questo tipo di condotta. Ci sono voluti anni, ma alla fine anche le persone hanno capito che in realtà io non stavo calcando l’ondaalla ricerca della ribalta nazionale per fare carriera, ma per stare accanto a loro e ricercare la verità.

Quanto è importante, per un giornalista minacciato, che gli altri colleghi esprimano la loro solidarietà rilanciando attraverso i propri mezzi le inchieste?

E’ fondamentale, non per far conoscere le nostre storie quanto per permettere a queste zone grigie di essere illuminate. Nel corso di questi anni mi sono legata anche umanamente a giornalisti con i quali condivido queste sciagure, come Paolo Borrometi, che è il faro che dà luce a tutti noi piccoli giornalisti di periferia. Anche questo è importante, la rete che si crea ti permette di riconoscerti nel disagio di un’altra persona, e questo ti dà una grande forza. I media che hanno raccontato la mia storia hanno aiutato le persone ad avere la reale percezione della gravità di ciò che era successo.