Elezioni politiche, post voto si teme il caos: a studio poteri del Governo

 Il rischio di stallo dopo le elezioni e’ ben presente nei palazzi della politica e delle istituzioni e per questo da tempo i costituzionalisti sono stati chiamati a studiare tutte le possibili variabili di una situazione che potrebbe rivelarsi a tratti inedita, soprattutto per quel che riguarda i poteri del presidente del Consiglio e del suo governo. Il precedente piu’ recente, dopo quello belga, e’ l’esempio della Spagna che e’ rimasta ‘senza governo’ per dieci mesi, tanto e’ durata la crisi tra la fine del governo Rajoy nel dicembre 2015 e l’insediamento del successivo governo Rajoy nell’ottobre 2016 dopo due tornate elettorali. Lo stesso scenario potrebbe crearsi anche in Italia e cio’ preoccupa innanzitutto chi e’ chiamato a garantire la stabilita’ del Paese. Per questo gia’ sono stati interpellati diversi costituzionalisti, dai principali partiti e anche dalle istituzioni, per capire limiti e possibilita’ dell’esecutivo a Camere sciolte e dopo le elezioni.

Due sono i passaggi. Innanzitutto, una volta varata la manovra, governo e maggioranza dovranno decidere se proseguire i lavori parlamentari con il varo di altre leggi. Fatto questo, il presidente del Consiglio potrebbe salire al Quirinale per annunciare di aver compiuto il suo compito e in teoria per rassegnare le proprie dimissioni nelle mani del Capo dello Stato. Ovviamente le dimissioni sarebbero accettabili da parte del Presidente solo se ci fosse gia’ un altro premier disponibile, perche’ il decreto di dimissioni non puo’ essere emanato se non c’e’ gia’ pronto un altro decreto di nomina di un successore. Ma l’orientamento piu’ volte dichiarato e’ di avere una fine “ordinata” della legislatura e dunque, a quel punto il Presidente potrebbe, e questa appare la scelta piu’ caldeggiata, non accettare le dimissioni e chiedere al premier di restare in carica per il disbrigo degli affari correnti. I poteri del premier, che sarebbe dimissionario ma senza sfiducia, sono stabiliti dalla legge 40 del 1988 ma in essa non sono previsti divieti. E’ certo che il governo puo’ varare decreti, perche’ essi rispondono al criterio di necessita’ e urgenza. Oltre a cio’ il governo e’ chiamato a varare una circolare del presidente del Consiglio per circoscrivere l’attivita’ dell’esecutivo nel periodo di scioglimento delle Camere, e lo fa in base al criterio cardine della necessita’, che riduce la discrezionalita’ politica. “La necessita’ e l’urgenza sono le due condizioni che garantiscono il minor grado di discrezionalita’” spiega un costituzionalista e garantiscono quindi che l’esecutivo, seppure non nel pieno dei suoi poteri non esorbiti dal suo ruolo. Ma l’assenza di divieti espliciti previsti dalla legge fa si’ che i limiti non siano definiti: l’esempio di scuola di maggiore estensione di fatto dei poteri di un governo in attesa di elezioni e’ stato nel 1998 la delibera di concessione delle basi italiane per l’intervento in Kosovo. Il governo puo’ dunque procedere con decisioni assunte con decreti o regolamenti e ‘accanto’ al governo resta comunque il Parlamento, seppure sciolto, che gli aveva votato la fiducia. Il secondo passaggio e’ quando, dopo le elezioni, si insediano le nuove Camere. A quel punto per cortesia istituzionale il presidente del Consiglio solitamente sale di nuovo al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni e ancora una volta il Capo dello Stato gli chiede di restare in carica finche’ non incarichera’ il nuovo presidente del Consiglio. La situazione e’ diversa da quella immediatamente precedente perche’ il Parlamento neoeletto non ha mai dato la sua fiducia all’esecutivo. Anche in questo caso il governo puo’ procedere con decreti, regolamenti ministeriali e persino nomine, sempre seguendo le condizioni di necessita’ e, a questo punto, con un largo coinvolgimento anche solo informale delle forze politiche delle nuove Camere.

Normalmente tale periodo termina dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato e dopo uno o piu’ giri di consultazioni con il conferimento dell’incarico al nuovo premier. In base alla legge 40 dell’88 il presidente della Repubblica con un decreto accetta le dimissioni del ‘vecchio’ premier e con un altro decreto contemporaneamente incarica il ‘nuovo’ premier. Ma quel che tutti temono e’ che il periodo di consultazioni e di ricerca di un’intesa su un nome condiviso, dopo le elezioni della prossima primavera, possa durare a lungo. Rendendo cosi’ necessario garantire un governo che assuma le decisioni piu’ urgenti e rappresenti l’Italia all’estero. Nella prossima primavera, ad esempio, si terranno alcuni Consigli europei e si dovra’ varare il Def (entro il 10 aprile). Dopo aver studiato attentamente le norme costituzionali e ordinarie e dopo aver esaminato i precedenti, i costituzionalisti hanno convenuto in larga maggioranza che l’esecutivo ancora in carica (nel caso attuale il governo Gentiloni) puo’ ancora varare decreti, puo’ emanare regolamenti (cioe’ atti normativi di ordine secondario) e procedere a nomine, ma tutto cio’ deve essere fatto con il maggior coinvolgimento possibile dei partiti rappresentati in Parlamento, e procedendo con interventi che abbiano il minore ‘valore politico’. Una volta che il Presidente della Repubblica avra’ individuato un premier su cui converge la maggioranza parlamentare, il presidente del consiglio in carica si dimettera’ e subentrera’ il suo successore. Se invece, come alcuni temono, si dovesse andare a nuove elezioni, restera’ in carica, sempre per il disbrigo degli affari correnti, il ‘vecchio’ premier finche’ dopo nuove elezioni non uscira’ una maggioranza che porti a un nuovo esecutivo. Questo ovviamente e’ considerato in tutti i palazzi il worst case scenario, ma per evitare di trovarsi in una terra incognita ha spinto tutti a verificare tutte le possibilita’ sul tappeto.