Anna Trieste: “Il senso di marcia si inverte restando a Napoli. E per lo scudetto ci vuole cazzimma”

Anna Trieste è una napoletana doc, proveniente dal quartiere Barra, della periferia est della città. Giornalista, collabora con ‘Il Mattino’, blogger ed opinionista sportiva. I suoi cinguettii accompagnano le partite del Napoli e rimbalzano come palline da tennis su Twitter. La prima ad aver “sdoganato” l’uso della parolaccia sui social, tant’è che su Facebook si definisce ‘suggeritrice di male parole’. Ha fatto della napoletanità il suo punto forte, e con elevata ironia affronta temi sociali importantissimi e soprattutto ‘non le manda a dire’.
Chi è Anna Trieste
E’ una che in linea di massima detesta parlare di sé in terza persona però diciamo che è amante delle parole e della loro infinita mutevolezza e dunque approfitta di tutte le occasioni possibili e immaginabili per utilizzarle e manipolarle. In forma scritta (su blog, social, giornali, siti web) e orale (video, tv, fuori al balcone, sulla banchina della Circumvesuviana) e a volte pure cantando ma per fortuna questo nessuno lo sa.
Lei ha fatto della napoletanità il suo cavallo di battaglia. Non sente su di se il peso di essere un ‘numero primo’?
No, innanzitutto perché, a parte l’imitazione di Stevie Wonder e di De Mita, io non ho cavalli di battaglia. Certo, sicuramente, dal punto di vista linguistico e di registro, ho fatto una scelta precisa, quella di utilizzare, anche al di là dei confini partenopei e dunque anche quando a leggere ed ascoltare non ci sono soltanto napoletani, non solo l’italiano ma pure parole ed espressioni idiomatiche proprie della lingua napoletana. Ma è la mia lingua madre, non ci vedo nulla di strano, sarebbe come dire a Verlaine (e mi scuso con Verlaine per il paragone irrispettoso) che ha fatto dell’uso del francese il suo cavallo di battaglia. Gesù! Quello è francese, comm’ adda parlà? Io sono un’italiana di Napoli e dunque parlo italiano e napoletano. Spesso nella stessa frase, lo so, è imperdonabile.
E’ reduce dal grandioso successo di ‘Gatta Cenerentola’, crede che si possa raccontare una Napoli che non sia solo quella del malaffare? E soprattutto in che modo si inverte il senso di marcia?
Vabbe’ il successo è tutto dei ragazzi di MAD e di Luciano Stella che sin dall’Arte della Felicità ha creduto nel loro genio. In “Gatta Cenerentola” io ho fatto solo un cammeo nel doppiaggio ma è chiaro che se mi avessero chiamato anche solo per fare un rutto io ci sarei andata di corsa. Sono una realtà bellissima, napoletani che fanno capolavori di animazione moderni restando a Napoli e “costringendo” il mondo a guardare giustappunto a Napoli. Ecco, così si inverte il senso di marcia: restando qui, se possibile, e creando qui le condizioni per fare impresa e cultura. Due cose di cui Napoli ha disperatamente bisogno, e ciò dal Vomero a Posillipo passando per Barra e per Scampia. I soldi non fanno la felicità figuriamoci se fanno la cultura. Per quanto riguarda poi la “narrazione” di Napoli, io credo che l’errore stia proprio nella pretesa di voler raccontare questa città in maniera univoca. Ma Napoli è multiforme, stratificata in verticale e orizzontale, come si fa a raccontarla soltanto in un modo? Certo, ultimamente va più di moda la narrazione a tinte fosche, quella che vuole Napoli come un set permanente di Sodoma e Gomorra ma mi pare che le narrazioni diverse non manchino, Gatta Cenerentola è un esempio, forse bisognerebbe prestarci un poco più attenzione, anche sui media.
 La ricetta di Anna Trieste per lo scudetto del Napoli
Sarò breve. La mia ricetta prevede un solo ingrediente: la cazzimma. La rivoluzione non è un pranzo di gala, figuriamoci una partita di pallone. In campo bisogna essere spietati. Se il Napoli saprà esserlo fino in fondo, con la qualità e il bel gioco che esprime ha buonissime possibilità di fare i cosiddetti “buchi a terra” come dicono a Saint Tropez.
Come si combatte la fuga dei cervelli dalla Campania?
Creando le condizioni non dico per farli restare ma quantomeno per non farli scappare subito dopo la terza media. Impresa (soprattutto turismo) e cultura, quelle sono le due chiavi, secondo me. E investimenti pubblici mirati perché quando c’è crisi e i privati si nascondono i soldi sotto al materasso lo Stato ha il dovere di intervenire. Non me ne importa niente del libero mercato e della concorrenza, quella la posso accettare per le imprese che si fronteggiano tra loro a colpi di prezzi e scalate azionarie, ma non è tollerabile in tutti quei settori come trasporti, sanità, scuola, arte e turismo in cui migliaia di ragazze e ragazzi campani potrebbero trovare lavoro. Là lo Stato deve intervenire e creare le condizioni per creare posti di lavoro e redistribuzione della ricchezza.
Il segreto del suo successo
Guarda, per adesso l’unico successo vero che ho raggiunto è stato quello di far correggere una palina della Circumvesuviana a piazza Garibaldi (c’era scritto Circunvesuviana e non Circumvesuviana). Per il resto combatto ancora moltissimo ogni santo giorno e quindi, se sei d’accordo, per questa risposta io direi di aggiornarci tra qualche anno.
Un messaggio per tanti giovani sfiduciati
Seguite il vostro istinto, sempre. Se vi dice di andare via, andate. Se vi dice di restare, restate. Se non vi dice niente, non fate niente. Non andate mai contro il vostro istinto, tanto prima o poi verrà a prendervi dove state state e vi riporterà dove voleva lui. Con me ha fatto così: mi è venuto a prendere mentre preparavo la tesi di laurea in diritto internazionale e cercavo di convincermi che veramente fare l’avvocato era la mia unica aspirazione e mi ha rimesso una penna in mano portandomi per le ‘recchie’ dentro alla redazione di un giornale. Tanto vale starlo a sentire da subito, no?