La paura di essere grandi: l’accidia

Ci sono stati d’animo che ci attraversano lungo il corso della vita e di cui spesso non conosciamo più il nome che, intanto, è stato quasi cancellato dai dizionari. Uno di questi è l’accidia, che colpisce sempre più persone ma che, subdolo e nascosto, difficilmente fa parlare di sé.

Si tratta dell’accidia che la tradizione dei Padri della Chiesa ha identificato con il nome di demonio meridiano e che ha trovato uno studio interessante nel recente volume di Jean-Charles Nault, Il demonio meridiano. Accidia un’insidia sconosciuta nel nostro tempo, San Paolo, 2015.
E’ un male ben studiato soprattutto da Evagrio e da San Tommaso: fa perdere all’uomo il gusto di vivere e ne paralizza il dinamismo interiore. Il termine è andato progressivamente scomparendo e anche nei vocabolari gli viene dato poco spazio; tuttavia i disagi che l’accidia si porta dietro rimangono: tetraggine, tedio, abbattimento, tristezza, disgusto di tutto, noia, pigrizia, mediocrità, depressione.
La manifestazione più radicale dell’accidia, stando allo studio di Nault, sta in una vera e propria «disintegrazione della persona umana» (p. 100) a cui si assiste attraverso la perdita di senso di fronte alla vita e la tentazione alla disperazione. La seconda manifestazione dell’accidia è l’instabilità, per cui chi ne è affetto sente il continuo bisogno di cambiare spazio in cui vive, rincorre il nuovo e prova ribrezzo per ciò che dura troppo, di ciò che rimane al suo posto: «quando si è ottenuta una cosa che si desiderava, se ne vuole un’altra, come fanno i bambini. Si inizia a leggere un libro ma non lo si finisce; ci si iscrive a un corso ma non si persevera» (p. 107). Parlando del desiderio nel suo saggio (Essai sur l’agir humain), Joseph de Finance ne indica la dinamica fatta di passaggio e di superamento. Il passaggio è «scivolare continuamente da un oggetto all’altro, sul piano orizzontale che può generare in irrequietezza o instabilità»; il superamento è «non restare ancorati al passaggio, perdendo di vista la dinamica del desiderio che è dinamica dell’amore» (p. 107). Un segno tangibile dell’accidia è il continuo zapping, saltare da un oggetto a un altro senza concludere alcun progetto, senza lo sforzo di impegnarsi a superare il passaggio: «l’accidia provoca la scomparsa dei grandi progetti di vita e di quegli impegni che richiedono il dono di sé e perfino il sacrificio della propria persona» (p. 108).

Fuggire dai propri progetti significa fuggire da sé stessi e in ultimo da Dio, significa rifiutare la propria grandezza. L’accidia rende incapaci di credere alla grandezza a cui ogni uomo è chiamato. L’uomo comincia a odiare la magnanimità, la generosità, non ne rimane che la disperazione che nasce da un disprezzo per l’uomo e che porta alla fuga da se stessi; si cade nella pusillanimità che lo porta continuamente a tirarsi indietro: «Oggi c’è un curioso odio dell’uomo contro la propria grandezza. L’uomo si considera il nemico della vita e dell’equilibrio della creazione (…). La sua liberazione, e quella del mondo consisterebbe nel distruggersi, nell’eliminare lo spirito, nel far scomparire la specificità dell’umano, affinché la natura ritrovi la sua inconsapevole perfezione nel suo proprio ritmo» (Joseph Ratzinger, p. 111).

La stanchezza, la mancanza di progetti e la fuga dall’essere grandi fa adagiare spesso gli accidiosi nella mediocrità: «si comincia col diventare negligenti in varie piccole cose. Poi ecco delle minime infedeltà, appena percepibili. Poi un brutto giorno ci si accorge che ci si è persi» (p. 122).

Tra le soluzioni per uscire da questo stato l’accidioso cerca spesso di ricorrere a distrazioni o compensazioni che, tuttavia, non fanno che aumentare il senso di tristezza e di fatica, fino al punto di non esprimersi più a parole, ma arrivare a somatizzare, «cioè si sostituiscono le parole con i mali del corpo». L’accidioso è preso da una frenesia di novità, attirato da moltissime occupazioni che lo liberano dal peso del presente; cede alla chiacchiera fuggendo il pensiero e rifugiandosi nella parola vana; è preso dall’agitazione del corpo che lo spinge a non rimanere nello stesso luogo; infine è preso da attivismo che è ulteriore fuga dall’angoscia e dal vuoto. Di fronte all’attivismo bisognerebbe ritrovare il digiuno: scegliere un giorno in cui il tempo sia donato gratuitamente e non nella frenesia di riempire vuoti: preghiera, lettura spirituale, amicizia.

La soluzione che, invece, propone Nault è quella della perseveranza e della perseveranza nella gioia, cercando di rimanere sotto il giogo dell’accidia e di riprendere contatto con il desiderio profondo che ci ha spinti a scelte di lavoro o di vita che abbiamo intrapreso. Come? Rimanendo nella dimora che ci è toccata, ossia nel lavoro, nella famiglia, nella vita che abbiamo ricevuto, chiedendo pazienza e ricordando. La memoria, infatti, è nemica dell’accidia, perché ci ricorda il luogo della chiamata alla vita, la scelta fatta, l’entusiasmo dell’inizio che ci ha portati a essere nella vita in cui siamo, qui e in questo momento.