Luigi Necco: “Quando venni gambizzato dalla camorra”

 

Ha definito la sua «una vita ricca d’avventure». Luigi Necco, 80 anni, napoletano, da archeologo ha scoperto un tesoro, da giornalista sportivo ha coniato alcuni degli slogan divenuti più famosi al mondo tra cui «La mano de Dios o la cabeza de Maradona» e sempre da giornalista sa cosa significhi subire un attentato camorrista: nel 1980 venne gambizzato, colpito da tre colpi di pistola.

Luigi Necco, per quindici anni telecronista a 90° minuto, è nato in un vicolo del quartiere Sanità e neanche credeva sarebbe diventato un giornalista «non c’erano i presupposti», ci ha confidato. E, invece, ce l’ha fatta. Dopo la carriera in Rai, oggi continua a lavorare su Teleoggi Canale9, conducendo il programma televisivo “L’emigrante”, cronaca quotidiana di fatti e misfatti napoletani.

CRO IL GIORNALISTA LUIGI NECCO (NEWFOTOSUD)

Trentasette anni fa subì un’intimidazione camorristica, venne colpito alle gambe da tre proiettili, come guarda oggi a quell’episodio?

«Mi avevano avvertito che la camorra aveva deciso di darmi una lezione ma non ne sapevo nemmeno il motivo. In quei giorni si viveva un clima sovraeccitato in cui la camorra sapeva di poter fare tutto. Era il momento di intrecci e di collaborazioni mai chiarite fino in fondo fra camorra e Dc per la liberazione di Ciro Cirillo, allora presidente della Regione Campania, rapito dalle Brigate Rosse. Liberazione che poi avvenne. Di fronte a questo clima di onnipotenza della camorra tutto sembrava possibile e, quel che è peggio, tutto diventava accettabile. Oggi sorrido e penso agli atteggiamenti assurdi e provocatori della politica che non si ferma davanti a nulla quando guarda ai suoi interessi».

Si è occupato di archeologia, calcio, cronaca nera: cosa l’ha entusiasmata di più e perché?

«Io la chiamavo cronaca e basta, un modo per capire cosa stava accadendo attorno a me. L’archeologia è stato un gioco culturale per scoprire chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. L’archeologia mi ha permesso di avere il mio primo impiego pulito intorno ai 18 anni: per una esigua paga mensile consegnavo la posta di un ente pubblico ad un archeologo che era il più grande di quei tempi: Amedeo Maiuri. E a furia di stare al suo fianco mi innamorai dell’archeologia perché mi dava l’opportunità di scoprire il passato, poi è diventata un’avventura perché facendo il giornalista finalmente avevo qualche soldo da spendere e cominciai a cercare un tesoro che era scomparso. Mi andò bene perché lo ritrovai anche se non era realmente il tesoro di Troia. Il calcio è stato un incidente, era il mio riposo domenicale, mi consentiva di mettere il naso dove lo mettevano milioni di italiani».

Guardandosi indietro, come è stata la sua vita?

«Mi sono divertito abbastanza, non sempre, ma ho avuto una vita divertente. Siccome sono nato in un vicolo del quartiere Sanità a Napoli, non pensavo di fare il giornalista, non c’erano i presupposti, ma è andata bene».

Ha dei rimpianti legati alla sua carriera giornalistica?

«Mi dispiace solo non poter fare più tutte le cose che facevo una volta, ma si diventa vecchi».

Rispetto al passato, in cosa è migliorata e in cosa è peggiorata la città di Napoli?

«Napoli è migliorata anche se, purtroppo, la camorra non è stata debellata. La camorra è il male peggiore per questa città, ci vorrebbero immensi sforzi sociali per cambiare possibilità e mentalità, per chiudere gli spazi alla camorra. Questi non sono i tempi più adatti per trovare i mezzi, perché c’è un mondo e un’economia in crisi e ci vogliono molti soldi per costruire una buona scuola, occasioni di lavoro e il rispetto delle minime regole sociali. Le minime regole sociali non sono soltanto il rispetto della legge, ma la possibilità di vivere nel rispetto della legge e cioè avere un lavoro onesto e oggi il più grosso problema in Italia è proprio la disoccupazione. Se non si debella questo, non si debella la camorra»

Quali consigli dà alle nuove generazioni che desiderano diventare giornalisti?

«Dire la verità, su qualunque fatto. Dire la verità a qualunque costo. Certo è che in questo modo un giovane non farà subito il giornalista, anzi. Probabilmente non glielo lasceranno fare. Il giornalista è libero finché lo lascia libero il suo padrone. I giornali sono sempre di meno, appartengono sempre di più a privati e gruppi editoriali, non c’è nessun gruppo né politico, né economico che ti lascia fare quello che vuoi.  È una lotta, però per fortuna sono tanti i giovani che ci credono e tanti quelli che riescono e anche bene»

Qual è il ricordo del suo lavoro che custodisce con più affetto?

«Le risate che seguivano alle mie battute a 90° minuto, quelle mi accompagnano sempre, anche adesso»

C’è un episodio della sua vita professionale che, nel bene o nel male, l’ha segnata?

«Sicuramente lavorare per la Rai che è stato molto importante per me »

 Come si è comportato quando, nel corso della sua carriera, ha intuito che la verità era ben diversa da quella che volevano farle credere?

«Io ho cercato di raccontare quello che sapevo, purtroppo quando non sapevo tutto ho dovuto mangiare la foglia anch’io».

Quali sono le sue tre regole per essere un buon giornalista?

«Una buona cultura, la voglia di raccontare e una grande fiducia nel genere umano»