La Russia depenalizza violenze a figli e donne

La Duma ha approvato in via definitiva un controverso progetto di legge, con cui la Russia depenalizza le violenze domestiche, che diventano così un illecito amministrativo. Per essere varata, la nuova legge, ha bisogno ora del via libera, scontato, del Consiglio della Federazione (il Senato) e della firma del presidente Vladimir Putin.

Il Segretario generale del del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, era intervenuto già durante l’iter legislativa alla Duma, scrivendo ai presidenti delle due Camere del Parlamento per esprimere la sua preoccupazione. A suo dire, l’adozione di una tale legge rappresenterebbe un evidente passo indietro. Il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, dal canto suo ha definito l’iniziativa di Jagland come una pressione inaccettabile e ha spiegato che, secondo i sondaggi, il 60% dei russi è a favore di una linea più morbida nei confronti dei maltrattamenti in famiglia, che non arrecano seri danni alla vittima.

Il disegno di legge ha suscitato forti critiche da parte dei difensori dei diritti umani. L’organizzazione Human Rights Watch ha invitato il Parlamento russo a respingere il documento, in quanto «pericoloso e incompatibile con gli obblighi internazionali della Russia sui diritti umani». Intanto, su Facebook è stata convocata per il 4 febbraio a Mosca una manifestazione contro l’iniziativa parlamentare e intitolata «Manifestazione per i valori della famiglia».

Le vittime della violenza domestica in Russia sono per lo più le donne: secondo statistiche del 2015, una donna su cinque ha subito violenze; solo il 12% di loro, però, si rivolge alla polizia. Secondo dati del 2013 pubblicati dal ministero dell’Interno russo, il 40% dei crimini violenti avvengono in casa e ogni anno sono 36.000 le donne che subiscono percosse dal marito. In 12.000 perdono la vita. Il 60-70% delle vittime non chiede aiuto; il 97% dei casi di violenza domestica non arriva in tribunale e più volte la stampa indipendente ha denunciato la mancanza di strumenti legali in grado di tutelare le donne.

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: La Stampa