“Reggo in mano la mia anima di sole”: la poesia di Benjamin Fondane Fundoianu

Poesia! Quanta speranza ho riposto in te! Quanta cieca certezza, quanto messianismo! Ho creduto veramente che tu potessi liberare e rispondere là dove la metafisica e la morale avevano da lungo tempo serrato i battenti. Ti credevo la sola e valida forma di conoscenza, l’unica ragione per l’essere di perseverare nell’essere. Con una lente di ingrandimento negli occhi, osservavo attentamente nel poema le mille rivoluzioni, le mille aberrazioni stellari. Solamente nel poema, il mondo irreale, che attraversiamo come fantasmi, sembrava prendere forma, divenire materia viva. Solamente nel poema, frutto di prolungati calcoli e azzardo, il caso si riassorbiva come un filo in una piaga. L’uomo si spogliava del caso, del capriccio, della generazione spontanea e proiettava fuori da sé un mondo visto sub specie aeterni. Il paradiso terrestre era nell’idea. L’idea era il centro e il nocciolo del poema. A quel tempo ero nudo e non lo sapevo. Il serpente non mi aveva ancora indicato con il suo dito leggiadro, nella scenografia appena dipinta, l’albero del Bene e del Male. (Benjamin Fondane Fundonaiu, Parole selvagge, in Id., Vedute, p. 9).

Benjamin Fondane Fundoianu è stato poeta, drammaturgo, pensatore esistenziale, saggista di origini ebraiche. Nato in Romania nel 1898, giunse a Parigi a 24 anni, a 46 fu ammazzato nei campi di sterminio di Auschwitz- Birkenau. Le sue poesie, Privisti, ossia ‘Vedute’, furono pubblicate in romeno nel 1930. La prima traduzione italiana di quattro poesia della silloge fu pubblicata nel 1996 da Marco Cugno. Bisognerà attendere il 2014 per avere una traduzione integrale dell’opera grazie alla cura di Giovanni Rotiroti e Irma Carannante e alla traduzione della Carannante, a cui fanno riferimento le pagine delle poesie citate.
Benché pubblicate quando l’autore viveva già a Parigi da sette anni, le Vedute di Benjamin Fondane furono composte nella Moldavia rurale degli anni giovanili, tra il 1917 e il 1923, una Moldavia sentita dal poeta come immobile e statica, che tratteggia nei suoi componimenti, in cui il silenzio, la lentezza e l’attesa predominano su tutto:
Rincorse dalla pioggia, le carrozze sono passate
da tanto tempo il silenzio ammuffisce sulle cose
[…]
Oche, con le scarpe gialle, avanzano lentamente lungo una staccionata;
senti come la pioggia spegne le lampade a petrolio,
e come invecchia la foglia nelle campane di rame –
ascolta il grigio e lungo silenzio che è l’autunno
e la diligenza che viene da Dorohoi. (p. 19).
Dalla desolazione di un mondo immobile si può essere salvati solo dalla parola poetica che pronunciata “in tempo” e in tempi fissi e prestabiliti, quasi fosse preghiera, può risvegliare “il sangue addormentato”:
Forse le parole dette in tempo, ad ore fisse,
risvegliano un sangue addormentato sotto le croste
e scatenano una tempesta di diamanti fissi
sui cavalli apocalittici montati dai voivodi (p. 15).
Il poeta si ribella all’ordine e alla tranquillità dei dei paesaggi moldavi, in contrasto, forse, con il male del mondo (le composizioni risalgono, infatti, agli ultimi anni della Grande Guerra e al periodo post-bellico). Vorrebbe fare scempio della “faccia del mondo”, per lavarne via il male:
Vorrei un diluvio per cambiare la faccia del mondo
e del fuoco per accoltellare la costanza del male.
Cadete, imperi! Ecco come sono comparsi i folli,
per raccogliere nei poemi frammenti d’abisso.
E si chiede, e chiede a Dio, se abbia avuto un senso comporre versi sulla serenità e la purezza di una natura vecchia come il paradiso non più attuale di fronte al male e al dolore del mondo che va verso la catasfrofe. Si chiede se non avesse dovuto sprigionare prima il “folle” che raccoglie “frammenti d’abisso”, il “demone” doppio che lo abita “con un volto che piange e un altro che sbadiglia”.
A tratti stupisce e stordisce la poesia di Vedute. In alcuni versi si legge la profezia che è propria della poesia ispirata e sentita e che arriva all’uomo che sa farsene interprete. La poesia vera, infatti, è sempre profetica: così nel componimento del 1922, Un treno merci (scritto in un momento in cui nulla avrebbe fatto presagire né a Fondane né al mondo l’orrore che si sarebbe manifestato nei lager), il lettore può provare a ricomporre, grazie alla forza evocativa delle parole, la visione di quanto vivrà il poeta condotto ad Auschwitz:
Un treno merci è passato –
e, guarda, il cortile della fabbrica di gas
vorrebbe sollevarsi sulle punte dei piedi per vederlo
come una gallina bianca da una staccionata.
Il silenzio dorme con le ginocchia in bocca –
con la mano sulla palpebra s’è destato –
il treno l’ha investito, o gli parve
che il sangue d’intorno gli sia già raggrumato?
Svegliato dalla velocità si domanda
cos’è quest’energia insonne
e vorrebbe strapparsi dall’immobilità
con quel poco d’ombra, come un albero da frutto.
 
Questo sole, privo di difetto, 
gli tormenta la carne ancora intatta,
e vorrebbe per un instante incollare
il suo viso deforme ad una ruota (p. 39)
La stessa vibrante visione di un treno e dell’anima del poeta, nei versi seguenti:
Sono nella stanza come dentro un treno
in attesa che un paesaggio spacchi il finestrino,
e reggo in mano la mia anima di sole –
il mio miserabile passaporto da viaggio (p. 89)
L’”anima di sole” di Benjamin Fondane canta anche l’amore in due Canzoni semplici. Il sentimento per l’amata si intreccia alla “fragranza del bosco di abeti rossi” dove il poeta vorrebbe condurla “nel silenzio che fa un ramo spezzandosi”. “Ti va di parlare pacatamente come due ammalati?”, “Hai voglia di discutere con calma, in autunno, come due infermi?” chiede Fondane alla donna, mentre vive la malattia e lo struggimento d’amore che non sazia mai chi ama: “Ma può l’amore essere più grande dell’amore?”. Una malattia che può trovare conforto solo grazie al balsamo della poesia: “Forse potrò offrirti la freschezza delle parole”. E nelle parole con cui tratteggia la persona amata, si scorge il desiderio del poeta che l’amata sia qualcosa di più di sola carne: in essa, infatti, cerca costantemente l’anima e cerca un luogo in cui trovare “te e ciò che è semplice e puro”:
La tua anima è nelle tue piccole mani o nelle tue ginocchia?
Se ti dessi il bacio fecondo sul tuo arido ventre,
desterei in te l’amore, come un canto?
E come in vecchi cassetti con il lucchetto rotto,
ritroverei in te ciò che è semplice e puro?
La tua anima è rinchiusa nella carne come in una botte
in cui il mosto ribollente
non trova una spina per poter zampillare…
… ed è felice di essere rinchiusa nella tua carne (p. 107)
Riferimenti bibliografici
Benjamin Fondane Fundoianu, Vedute. Poesie 1917-1923, a cura di Giovani Rotiroti e Irma Carannante. Note e traduzione di Irma Carannante, Novi Lingure, Edizioni Joker, 2014.