Giornalisti minacciati in Campania, l’appello di Ottavio Lucarelli: “Più rete fra istituzioni”

Con Ottavio Lucarelli, presidente dell’ordine dei giornalisti della Campania, apriamo questo viaggio nel giornalismo italiano. Partiamo dalla Campania, terra di risorse umane e materiali ma anche ricca di conflitti e contraddizioni, di opportunità sprecate.

Con Lucarelli abbiamo parlato dei punti di forza, delle debolezze, della qualità del giornalismo locale ma anche di editori, di investimenti-flop, delle ripercussioni negative e della perdita dei posti occupazionali.

E sempre con lui abbiamo cercato di guardare al domani, a cosa è necessario fare a sostegno dei giornalisti precari, di quelli minacciati dalla camorra, di quelli che iniziano a muovere i primi passi in questa professione e capire se e quanto spazio c’è per loro.

Il tentativo, insomma, è stato quello di dirci «In Verità» quale momento sta attraversando la professione giornalistica in questo territorio, senza peli sulla lingua.

È in prima linea nel difendere i giornalisti minacciati dalla camorra. In concreto, in che modo l’ordine della Campania salvaguardia i propri giornalisti?

 «L’ordine dei giornalisti, nelle sue articolazioni nazionali e regionali, può fare poco da solo. Se, invece, si lavora con le altre istituzioni allora è possibile costruire rapporti forti, capaci di fare la differenza. È fondamentale, quindi, stabilire contatti con prefettura, questura, carabinieri segnalando tutti i casi, anche quelli che possono sembrare piccoli segnali e che spesso, invece, diventano situazioni pericolose. A questi rapporti va considerato l’importante ruolo che giocano il sindacato dei giornalisti e le istituzioni antiracket, una per tutte la fondazione “Polis” presieduta da Paolo Siani, con la quale l’Ordine della Campania ha siglato un protocollo d’intesa per la tutela dei colleghi sottoposti a minacce. È solo facendo rete e stabilendo un corretto scambio di informazioni tra tutte queste istituzioni che si possono ottenere dei risultati. Quello dei giornalisti minacciati è un problema molto grave che riguarda soprattutto la Sicilia, la Calabria e la Campania ma che ultimamente, purtroppo, si sta estendendo nel Lazio, nella Lombardia, nell’Emilia Romagna ed in altre regioni, quasi parallelamente a quello che è stato poi l’espandersi delle mafie in tutta Italia».

Da presidente dell’Ordine ha uno sguardo privilegiato sulla qualità del giornalismo campano. Quale critica e quale valutazione positiva sente di fare?

 «Il giornalismo campano è un giornalismo di qualità perché nonostante i social, internet e i computer, si fa ancora in gran parte sul campo. E questo è un dato molto importante. Che questo stile di giornalismo produca qualità lo hanno dimostrato inconsapevolmente le elezioni americane in cui hanno parlato tanto gli opinionisti, sbagliando le previsioni, e lavorato pochissimo i cronisti. In Campania avviene esattamente il contrario. La critica va agli editori, in alcuni casi abbiamo avuto degli avventurieri».

 Negli ultimi mesi abbiamo letto di aziende editoriali che licenziano, di altre che ridimensionano il proprio personale, di altre ancora che tagliano o che sottopagano i propri collaboratori. Inoltre in Campania, secondo l’ultimo rapporto Bankitalia, in quattrocento mila cercano lavoro. Per i giornalisti è ancora possibile credere in una prospettiva lavorativa nella propria terra di origine?

«Le situazioni vanno differenziate. La chiusura delle aziende come le free press sono dovute in gran parte alla crisi economica e al calo della pubblicità. Ci sono poi altri casi in cui, invece, si registra anche una cattiva gestione. In ogni caso la Campania come altre regioni sta pagando in termini di occupazione. Questa è una professione che nonostante abbia attraversato quattro-cinque anni di crisi profonda continua ad attrarre i giovani che devono continuare a crederci ma con un approccio diverso rispetto al passato. I posti all’interno delle redazioni vanno a diminuire, e aumentano invece i free lance, i ragazzi sul campo. Quelli che riescono a lavorare molto in questa fase sono i giornalisti che si armano di telecamera e producono filmati. In questo momento c’è molta fame di questo profilo giornalistico».

Giornalismo e formazione, da un paio di anni i corsi sono diventati obbligatori e l’ordine della Campania ha sottolineato l’importanza della gratuità data a questo percorso. Quali risultati ha potuto osservare e non solo nei numeri?

«Stiamo per chiudere il primo triennio 2014-2016 con circa 300 corsi totalmente gratuiti svolti in tutta la Campania: dalle montagne del Matese, del Sannio, dell’Irpinia fino alle coste del Cilento. Ci siamo imposti di farli tutti gratuiti, abbiamo ricacciato a Roma chi ha tentato di trasformare la formazione giornalistica in un affare. Noi sappiamo che in tante regioni, quasi tutte, si svolgono tanti corsi a pagamento. Chi ha tentato di farlo in Campania è stato rispedito a casa puntando non solo sulla quantità, che pure è importante perché abbiamo raggiunto colleghi in ogni frazione e Comune, ma anche sulla qualità con il coinvolgimento di Università, accademie, musei, magistrati, avvocati stabilendo un rapporto e uno scambio culturale. Da formazione obbligatoria, i corsi sono diventati un percorso culturale che in Campania ha una originalità assolutamente inedita rispetto alle altre regioni».

È diffuso il modello del giornalista cane da guardia. C’è, secondo lei, il rischio che questo status renda il giornalista eccessivamente invadente? Qual è il limite da non superare?

«Il giornalista che sta sul campo diventa di fatto un cane da guardia della democrazia, della legalità, della deontologia. È evidente che il giornalista deve indagare, ovviamente rispettando quelle che sono le proprie regole deontologiche ma anche le regole altrui. In questo modo può raccontare ciò che ha scoperto».

 Il giornalismo si è dotato di molte carte deontologiche, quali sono secondo lei i principali ostacoli nel rispettarle?

«Il problema vero è che bisogna conoscere le regole, così come si conosce la legge o l’articolo 21 della Costituzione ed i suoi principi, allo stesso modo bisogna conoscere le carte deontologiche. Durante i corsi di formazione abbiamo lavorato molto sulla deontologia. Grazie al codice dei doveri del giornalista abbiamo snellito in una trentina di pagine migliaia di fogli contenuti nelle varie carte e codici deontologici. il nuovo codice dei doveri, invece, diventa di più facile apprendimento per i giornalisti».

 Di quale sostegno hanno bisogno e quale messaggio sente di lanciare ai giornalisti campani?

 «Il sostegno deve venire dallo Stato, innanzitutto, con lo sblocco dei fondi per l’editoria. Il messaggio è di tenere duro»

Quale consiglio dà ai giovani che muovono i primi passi nel giornalismo?

 «Di non mollare e, chi può farlo, dotarsi di una telecamera, imparare a girare, montare le immagini e metterle in rete».

Ci sono dei progetti a cui sta lavorando? Oppure c’è un obiettivo imminente a cui guarda a favore della nostra categoria in Campania?

«Noi lavoriamo a favore della tutela e difesa dei colleghi, ma anche sul piano formativo ed ora a gennaio partiamo con il nuovo triennio affinché il corsi di aggiornamento per i giornalisti siano sempre più utile per la crescita professionale di tutti».

Infine: crede che il valore della verità sia perseguito nella quotidianità del lavoro giornalistico? Oppure condizionamenti, restrizioni e abitudinarietà rischiano di appannare questo obbligo inderogabile.

«Il giornalista non può avere la pretesa di raccontare sempre la verità. Noi inseguiamo quella che la legge definisce “verità putativa”, nel senso che bisogna fare sempre di tutto per raccontare la verità con la massima correttezza deontologica».