La lingua antica di Jolanda Insana

Se molta poesia degli ultimi anni è stata in alcuni casi severamente (a volte troppo severamente) giudicata come una «poesia facile per tempi difficili» (Raboni che accolse così, nel 1987, la raccolta di Magrelli Nature e Venature), quella di Jolanda Insana è una poesia difficile in tempi difficili, una «voce oscuramente luminosa».

La poesia della Insana è molto legata alla realtà. Con una bella metafora tratta dalla poesia “La stortura”, nel volume che raccoglie tutte le sue opere fino al 2006, la poetessa chiarisce la sua posizione rispetto alla realtà:

volendo si può scrivere con succo
di cipolla o di limone o di altro frutto agro
e nessun segno sarà mai visibile
finché non si mostra al fuoco
e torna la parola
per scomparire lontano dal fuoco
(La stortura str. 4, p. 359).

La poesia è come quella scrittura che si faceva da ragazzini per non farsi leggere dagli altri. Si usava il succo di cipolla o di limone per scrivere sulla carte e, una volta asciugati, scomparivano alla vista. Se il foglio di carta era messo controluce o alla luce del fuoco, magicamente la scrittura ricompariva. La poesia, dunque (ed è la Insana stessa a spiegare il senso di questa poesia in una intervista del 12 marzo 2014), esiste se c’è la fiamma, la luce che viene dal fuoco della realtà, della vita. Se la poesia è lontana dalla vita non si legge, perché la poesia è legata alla vita, al suo movimento, ai suoi «scozzamenti e rabbie», alla «esperienza».

Benché la realtà e il presente siano sempre al centro delle sue poesie, il lessico che la Insana usa è spesso quello dell’italiano delle origini. Gli studi di Grignani, Venturini e di Zorat hanno messo in luce il suo rapporto con Petrarca, con Dante, con Jacopone da Todi e non mancano riprese della poesia provenzale, di Cielo d’Alcamo e di Pietro Aretino.

Non si tratta di riprese di intere frasi ma di singole parole, capaci di disorientare il lettore contemporaneo che vedrà oscillare tra le pieghe del lessico a lui noto termini come i danteschi cuticagna o incantamento, o ancora colpanza, fallenza, oblianza, perdenzia, assieme alla creazione di verbi parasintetici a prefisso in ancora una volta di ispirazione dantesca: impoesiarsi, inserpentarsi.

Una nota a parte merita tutto il lessico antico legato alla medicina che la Insana riprende e utilizza per descrivere le sofferenze dell’anima nella poesia intitolata Le molestie della mente, dove la sua poesia si rivela attraverso espressioni come umori crudi, refrigerio del cuore, proprietà mordicativa, eccesso di ripienezza, stupore che rimandano ai trattati di medicina dell’antica lingua italiana.

La scelta della lingua della medicina antica per descrivere le affezioni e le “angustie” di un’anima del nostro tempo può leggersi come il desiderio di rivivere una unità di anima e corpo, essenziale per la guarigione nella trattatistica antica, laddove corpo e mente viaggiano spesso come unica cosa, per cui per curare gli affanni del corpo, bisogna curare anche quelli dell’anima. La poetessa usa anche termini della medicina contemporanea come blenorragico,artritico che suonano tuttavia quasi come fendenti nella sua poesia, termini usati più per ferire che per descrivere situazioni di malessere, come se sottolineassero una scissione continua tra il corpo che soffre da un lato e l’anima che non ne fa parte.

I termini della medicina antica, invece, si confondono tra i versi e suonano quasi curativi, adatti a riportare unità nel lettore e capaci di offrire persino un senso di pace diffusa.

Riferimenti

Maria Antonietta Grignani, Il martòrio e altro, in Dario Tomasello, Nessuno torna alla sua dimora, Messina, Sicania, 2009, pp. 33-53.

Monica Venturini, Dove il tempo è un altro. Scrittrici del Novecento: Gianna Manzini, Anna Maria Ortese, Amelia Rosselli, Jolanda Insana, Roma, Aracne, 2008.

Ambra Zorat, La poesia femminile italiana dagli anni Settanta a oggi. Percorsi di analisi testuale, Tesi di dottorato, Université Paris IV Sorbonne – Università degli Studi di Trieste, 2009.

Rosa Piro è ricercatrice di Linguistica italiana presso l'Università di Napoli "L'Orientale". Si occupa soprattutto dello studio della lingua medica italiana attraverso i secoli. Ha lavorato in particolare sul primo manuale medico in italiano, l'Almansore, e ora è impegnata nello studio della lingua della anatomia di Leonardo da Vinci. Ama la Poesia e i gatti, tra questi ultimi più di tutti Gatto Felice.