Titologia: cosa spinge ad acquistare un libro?

Cosa spinge ad acquistare un libro? Cosa stimola il lettore che, a contatto con un volume, si sente attratto da un nuovo universo che lo attende? Spesso il colore della copertina, a volte una pagina aperta a caso tra gli scaffali del supermercato dedicati ai libri, o l’ultima frase dell’ultima pagina. Sovente, tuttavia, sono i titoli a catturare l’attenzione e a stimolare il lettore a comprare, prima ancora di aprire il libro.
Per esempio, è difficile rimanere inermi dinanzi alla tentazione di leggere un libro dal titolo “Se una notte d’inverno un viaggiatore” con cui Italo Calvino ha condiviso con il mondo una delle trame più stimolanti del Novecento italiano. O ancora non si può non essere catturati da titoli di volumi (a volte disposti miracolosamente a caso sugli scaffali delle librerie) come: “Le confessioni”, “Uno, nessuno e centomila”, “Ti prendo e ti porto via”, “La ragazza di Bube”, “Storia di chi fugge e di chi resta”, “Chi manda le onde”, e così via.
Questo articolo prende spunto dal libro del filosofo Thierry Paquot, intitolato “Au bonheur des titres” (2015) e non ancora tradotto in Italia. Il volume ripercorre, in modo divulgativo e alla portata dei non addetti ai lavori, le linee principali degli studi sui titoli di romanzi in lingua francese.
Che cos’è un titolo? Nel 1954 Maurice Hélin, durante una conferenza pubblica all’Università di Liège, parlò dei Libri e dei loro titoli, avviando di fatto una delle prime riflessioni sistematiche su quella che in Francia verrà chiamata titrologie (in italiano titologia). Per Hélin, il titolo è il primo decisivo contatto tra autore e pubblico. Saranno in seguito i linguisti Leo H. Hoel (1972, 1974), Charles Gravel e Rosette Rey-Debove (1979) a inventare questa disciplina che studia i titoli delle opere letterarie. Rielaborando le teorie di questi autori, Thierry Paquot propone una classificazione dei titoli della letteratura francese. La proponiamo di seguito, applicandola alla letteratura italiana.
1) Titoli ed eroi. Il titolo prende il nome del personaggio principale. Pensiamo a titoli come Mastro Don Gesualdo di Verga, in cui il nome del protagonista diviene anche il nome del titolo. Pensiamo a Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello (1904), Agostino di Alberto Moravia (1944), Metello  di Vasco Pratolini (1955), Anna di Niccolò Ammaniti (2015).
2) Titolo e tema. Il titolo mette in evidenza il tema del romanzo come Una vita violenta di Pier Paolo Pasolini (1959), La cognizione del dolore (1963).
3) Titolo e luogoA volte il titolo rivela il luogo in cui si sviluppa la trama. Vale anche per i luoghi immaginari che celano luoghi realmente esistenti come Gomorra di Saviano (2007).
4) Titolo e contenuti. I titoli usano a volte parole che rimandano all’ambientazione o al contenuto del romanzo. È il caso di Senilità di Italo Svevo (1898), Le due città di Mario Soldati (1964).
5) Titolo e giochi di parole. Il titolo nasce da un gioco di parole o è una specie di sentenza o di formula familiare come A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia (1966).
La scelta del titolo per un libro non è mai casuale. A partire dal XIX secolo, è studiato spesso a tavolino dall’editore perché il libro, entrato nell’ingranaggio commerciale, possa attirare più lettori. Paquot ricorda il caso di uno dei libri dal titolo più bello della letteratura francese, Les Fleurs du mal (I fiori del male) di Charles Baudelaire. Nel 1845 Baudelaire aveva pensato a una raccolta intitolata Les Lesbiennes (Le Lesbiche), che divennero Limbo nel 1851. Nel 1855, su suggerimento di uno scrittore quasi sconosciuto, Hyppolite Babou, il titolo scelto fu Les Fleurs du mal che tutto il mondo conosce grazie anche al magnetismo del titolo. Se avessimo conosciuto la stessa opera con il titolo di Limbo, per esempio, forse nessuno sarebbe stato attratto dai Fiori del male e, chissà, Baudelaire non sarebbe stato Baudelaire, e si sarebbe perso nel limbo dei libri dai titoli sbagliati.
Riferimenti
Thierry Paquot, Au bonheur des titres, Ch-Golion, Infolio, 2015.