La prescrizione del reato: strumento di tutela e garanzia o espediente per l’impunità?

La Commissione Giustizia del Senato, ha approvato, nella seduta del 2 agosto ultimo scorso, il disegno di legge sulla riforma  del processo penale contenente, oltre al testo delle intercettazioni, anche la disciplina della prescrizione.

Il tema della prescrizione è stato, sempre,  oggetto di dibattiti parlamentari e di scontri politici, proprio perché particolarmente sentito dalla collettività.

Da un lato, vi è l’interesse a che i processi vengano  conclusi prima che il tempo vanifichi la richiesta punitiva, dall’altro, l’interesse a che l’imputato abbia un processo rapido e giusto.

Con l’istituto della prescrizione lo Stato rinuncia, così,  a perseguire i reati,  laddove,  sia trascorso un tempo ritenuto eccessivamente lungo e, solitamente, proporzionale alla gravità degli stessi, dal momento che, secondo il nostro legislatore,  verrebbe meno sentita dalla collettività l’esigenza  di una tutela giuridica penale e verrebbe, quindi, vanificata la funzione rieducativa della pena, così come previsto dalla nostra Costituzione.

“ Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. ( art. 27 Cost. Comma 3)

In realtà, la dichiarazione di prescrizione di un reato, dal cittadino comune, viene percepita come una sconfitta dello Stato, e, soprattutto, per chi è stato vittima di un reato, una incomprensibile ingiustizia.

In una recente intervista, il Procuratore Antimafia dr. Franco Roberti, così ha dichiarato: La prescrizione aumenta il senso di impunità fra i criminali che si sentono incoraggiati a delinquere e cresce la frustrazione degli onesti” (Intervista di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano).

Ed è proprio  per questo motivo, che ogni qualvolta, in Parlamento si è n discusso di riformare l’istituto della prescrizione, i dibattiti si sono trasformati in veri e propri scontri politici.

Il disegno di legge sulla riforma del codice penale e di procedura penale, recentemente approvato, contiene dei provvedimenti in materia di prescrizione dei reati contro la pubblica amministrazione.

In particolare, è stato rimesso in discussione, il disegno di legge, fermo da circa un anno in Commissione Giustizia del Senato, contenente il cosiddetto  “Emendamento Ferranti”, così denominato dal nome del suo ideatore, On. Donatella Ferranti.

Il predetto emendamento, già approvato dalla Camera dei Deputati in data 23 settembre 2015, modifica, la legge del 2005, la ex Cirielli, e prevede un allungamento dei termini di prescrizione per i reati contro la pubblica amministrazione,  (corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio, corruzione in atti giudiziari e corruzione per l’esercizio della funzione), termini, appunto, che la predetta legge, attualmente in vigore, aveva sensibilmente ridotto.

In particolare il suddetto emendamento così dispone: “sono aumentati della metà i termini di prescrizione per i reati previsti dagli articoli 318, 319 e 319 ter c.p.” (Art. 157 ultimo comma c.p. nuova  formulazione).

Inoltre, è stato approvato un emendamento del governo che stabilisce la sospensione del termine di prescrizione per un periodo di due anni dopo la sentenza di primo grado e per un anno dopo la condanna di appello. In ipotesi di assoluzione in primo grado, non è prevista alcuna sospensione.

Inoltre, altra sostanziale modifica riguarda, la previsione di ulteriori ipotesi di sospensione della prescrizione, ulteriori rispetto a quelle già attualmente previste dal nostro legislatore e tassativamente indicate nell’articolo 160 c.p., ovvero sei mesi nel caso di rogatorie all’estero, tre mesi in caso di perizie di particolare complessità ed istanze di ricusazione.

In ipotesi di reati più gravi commessi nei confronti di minori (violenza sessuale, prostituzione, stalking, pornografia), la recente riforma prevede un differimento del termine di decorrenza della prescrizione, legato all’età della persona offesa.

In particolare il termine decorrerebbe dal compimento del diciottesimo anno di età, salvo che l’azione penale non sia già stata esercitata in precedenza.

Infine le  norme in tema di riforma dell’istituto della prescrizione, in ipotesi di approvazione definitiva, saranno applicate soltanto, ai reati commessi, successivamente, all’entrata in vigore della norma.

L’ultima riforma dell’istituto della prescrizione risale al 2005, quando fu emanata la legge cosiddetta  ex-Cirielli,  5 dicembre 2005 n. 251, legge fortemente criticata, soprattutto per ragioni politiche, in quanto vista come norma nell’interesse di pochi, anche se le conseguenze della sua applicazione hanno riguardato i processi pendenti della maggior parte degli italiani.

La legge, attualmente in vigore,  è stata denominata ex Cirielli  in  quanto,  il primo firmatario On. Edmondo  Cirielli, dopo che la sua norma, in sede di approvazione  fu modificata dal Parlamento, la disconobbe e votò contro,  pretendendo che non venisse più chiamata con il suo nome.

Nel nostro ordinamento giuridico, la prescrizione è regolamentata dall’art. 157 c.p. ed è, una causa estintiva del reato.

“ La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita  dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzioni, ancorché  puniti con la sola pena pecuniaria”. (Art. 157 comma 1 c.p.)

La previsione di un tempo massimo entro il quale perseguire i reati, risponde ad un esigenza di contemperamento di due beni costituzionalmente tutelati:  il diritto del cittadino ad avere giustizia, ( obbligatorietà dell’azione penale), ma anche il diritto ad un processo rapido e giusto (ragionevole durata dei processi).

“ La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizione di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata. ( art. 111 Cost. Comma 1)

Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessarie per preparare la sua difesa; (art. 111 Cost. Comma 2)

abbia la facoltà davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia  assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo. ( art. 111 Cost. Comma 3).

Il calcolo del termine di prescrizione viene effettuato tenendo conto della  pena edittale massima, con un limite, però, di sei anni per i delitti puniti con la pena della reclusione non superiore a sei anni,  quattro  per le contravvenzioni, fatta eccezione per i reati gravi.

La previgente normativa, invece,  calcolava i termini di prescrizione sulla base di scaglioni commisurati alla previsione di pena del reato:

venti anni per delitti puniti con la reclusione fino a ventiquattro anni;
quindici anni per i delitti puniti  con la reclusione non inferiore  a dieci anni;
dieci anni per delitti puniti con la reclusione  non inferiore a cinque anni;
cinque anni per delitti con la reclusione inferiore a cinque anni o la pena della multa;
tre per le contravvenzioni punite con la pena dell’arresto;
due per le contravvenzioni punite con la pena dell’ammenda.

L’attuale legge, di contra, ha fissato i termini prescrizionali rendendoli uguali al massimo della pena edittale.

La modalità di calcolo,  introdotta dal legislatore del 2005, se da una parte ha determinato, per alcuni reati una riduzione del termine di prescrizione, costituendo, certamente, una svolta garantista, ha, dall’altra parte, introdotto  un inasprimento del sistema penale nei confronti di coloro i quali sono già stati condannati con sentenza definitiva, i cosiddetti recidivi.

Ed infatti, per i reati per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore a ventiquattro anni, il termine di prescrizione è, certamente, stato aumentato in quanto va dai ventiquattro anni sino a trent’anni in luogo dei venti anni previsti dalla precedente normativa.

Per i reati puniti con la pena della reclusione non inferiore a dieci anni, il termine risulta aumentato  per alcune fattispecie di delitto ed  è diminuito, invece,  per altre.

Per i reati puniti con una pena compresa tra i cinque e di dieci anni di reclusione, i termini di prescrizione sono stati, certamente,  ridotti, ed aumentati a sei anni in luogo di cinque per i reati puniti con pena inferiore a cinque.

Per i reati contravvenzionali, ( reati puniti con la pena dell’arresto e/o dell’ammenda) il termine è stato aumentato perché è passato dagli originari tre anni e due per le contravvenzioni punite con la sola pena pecuniaria, agli attuali quattro.

Per poter determinare il tempo necessario di prescrizione di un reato, il legislatore ha stabilito che bisogna tenere conto della pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato, senza considerare eventuali applicazioni di diminuzioni di pene,  in ipotesi di concessione di  attenuanti o di applicazioni di aumenti,  in ipotesi di aggravanti.

L’unica eccezione è prevista per le circostanze aggravanti che aumentano la pena di oltre un terzo e per tutte quelle per le quali la legge stabilisce una pena diversa, in tale ipotesi, è necessario tenere conto dell’aumento massimo della pena prevista dall’aggravante.

“Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato, senza tenere conto della diminuzione per le circostanze attenuanti e dell’aumento delle circostanze aggravanti, salvo che per le aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria e per quelle ad effetto speciale, nel qual caso si tiene conto dell’aumento massimo di pena previsto per l’aggravante”. (Art. 157 comma 2 c.p.)

La prescrizione, inoltre, va calcolata tenendo conto della sola pena detentiva, in ipotesi di reati puniti e con pena detentiva e con pena pecuniaria.

“Quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e la pena pecuniaria, per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva”. (Art. 157 comma 4 c.p.)

Nella ipotesi in cui si è in presenza di reati per i quali la legge stabilisce delle pene diverse da quelle detentive e da quelle pecuniarie, il termine di prescrizione, regolamentato dal comma cinque dell’articolo 157 c.p.,  è  di anni tre.

Il termine di prescrizione decorre , per il reato consumato, dal giorno della consumazione, per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività colpevole.

In ipotesi di reato permanente, il termine decorre dal giorno in cui cessa la permanenza. Per i reati punibili a querela di parte, dal giorno del commesso reato.

Gli artt.  159 e 160 c.p., regolamentano  i casi di sospensione ed interruzione della prescrizione. I casi di sospensione sono imposti dalla legge e specificamente indicati dal legislatore, nell’art. 159 c.p. (impedimento delle parti, astensione dei difensori, autorizzazione a procedere, deferimento della questione ad altro giudizio).

Cessata la causa di sospensione, la prescrizione riprenderà il suo corso. Cosa diversa è, appunto, l’interruzione, che determina, invece, la decorrenza ex novo del termine di prescrizione, in presenza di determinati atti, specificamente elencati nell’art. 160 c.p. ( convalida di fermo o di arresto, interrogatorio reso davanti al pubblico ministero o al giudice, decreto di fissazione dell’udienza   preliminare, il decreto di citazione a giudizio, il decreto che dispone il giudizio).

La prescrizione interrotta, ricomincia a decorrere dalla cessazione dell’atto interruttivo. In ipotesi di più atti di interruzione, la prescrizione decorre dall’ultimo di essi.

Nonostante sia prevista la possibilità di interrompere la prescrizione nei casi tassativi su esaminati, tuttavia, tale interruzione, in nessun caso può comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere, della metà, due terzi e del doppio,  nei casi di recidiva ed abitualità a delinquere.

Che i processi non debbano durare anni, su questo credo che siamo tutti d’accordo;  che  l’imputato debba avere un giusto processo in tempi ragionevoli  è senza dubbio regola di buon senso, prima che diritto costituzionale;

ma è innegabile , che i cittadini si aspettino  che le sentenze emesse nel nome del popolo italiano,  siano esse di condanna o di assoluzione, diano la risposta alla loro richiesta di giustizia e non rappresentino, di contra, una resa dello Stato!