Dizionario sentimentale per anaffettivi

Oggi proponiamo, attraverso alcune citazioni, la lettura di un bel libretto di racconti di Laura Colla, Dizionario sentimentale per anaffettivi, Coniglio editore, 2009. L’autrice è nata a Monza nel 1978 e ha pubblicato altri racconti nelle raccolte I racconti di Sabaudia (Baldini Castoldi e Dalai, 2004), Al di là del fegato (Coniglio Editore, 2006), Il primo bacio fa schifo (Coniglio Editore 2007).

Il volumetto, di una sessantina di pagine, raccoglie ventidue racconti che tratteggiano le storie ordinarie di persone comuni, apparentemente omologate che tuttavia rivelano, a una lettura più profonda, il disagio di stare al mondo. Per il lettore che farà lo sforzo di leggersi in questo disagio, di ammetterlo e di farsene carico, le storie possono aprire a riflessioni su come siamo fatti, su come funzioniamo nella meccanica delle emozioni, dei sentimenti.
L’andamento paratattico della scrittura, le frasi molto brevi rendono le storie più incisive e difficilmente dimenticabili. Esse appaiono tanto più verosimili perché mettono a fuoco, con scarsa aggettivazione, i personaggi, che quasi sempre hanno un nome: la bambina Giuditta, nel primo racconto; Mario, Matteo e Giusi in Compagni di viaggio, fino allo strano Mostrursi, “un nome orribile” racconta lo stesso protagonista “che i miei genitori hanno inventato per fare gli originali, e che poi hanno appioppato a me. Troppo facile fare i rivoluzionari sulla pelle degli altri”.
Le ventidue storie costituiscono l’alfabeto di questo Dizionario e il tema è l’anaffettività. Sul vocabolario della Treccani on-line si legge che il termine designa, in psicologia, l’incapacità di stabilire relazioni affettive o di manifestare emozioni. Di tutti i personaggi di Laura Colla si avverte questa incapacità e, forse, l’espressione migliore della definizione dell’anaffettività (e del ricorso ad essa come via di fuga) si trova nelle parole finali del personaggio del racconto intitolato 5 aprile 2009, brucio piano (pp. 11-12):
“Ero morto e mi credevano dio, un dio vivo che brucia svelto. Invece ero perso, nella voragine nera. Ero un buco profondo. Per questo oggi riempio tutto, ogni minimo interstizio. Mastico sempre la cicca perché non si sa mai, ovunque può esserci una fessura da sigillare. Poi metto il cotone nel naso, i tappi nelle orecchie, il fango in bocca, a volte pezzi di carta arrotolati lì dietro. Non sputo mai, piuttosto risucchio. Tengo stretti i miei liquidi e le mie sostanze. Così esisto, anche se molto lentamente”.
E’ impressionante la descrizione somatica di chi decide di chiudersi alle relazioni perché si sente incapace di accogliere l’altro e sceglie, preventivamente, di sbarrare la possibilità anche alla sola idea del rifiuto che l’altro potrebbe manifestargli. Il disagio e l’impossibilità di mettersi in gioco spinge il protagonista a fermarsi nella propria monade e a “tappare” ogni possibilità di contatto con l’esterno. Intanto la vita rallenta e il suo fuoco lentamente si spegne.
Alcuni dei personaggi, pur di evitare la realtà in cui non riescono a esprimere se stessi, se ne creano altre parallele, come la piccola Giuditta del racconto omonimo (pp. 7-10). La bambina era “brava, senza capricci” ed era cantante dello Zecchino d’oro, “desiderava un pulcino, un pulcino vero (…). In realtà non sapeva nemmeno bene come fosse fatto un pulcino vero (…). Quando chiudeva gli occhi e sognava quella pallottola gialla (…), Giuditta si sentiva quasi felice, e dico quasi, perché nel suo sogno giallo c’era sempre una macchietta nera sullo sfondo che non le riusciva di togliere (…)”. Giuditta comincia a chiudere gli occhi troppo spesso finché ciò non diviene un problema, perché la bambina passa il tempo con gli occhi chiusi e con il pulcino immaginario, di cui non aveva fatto parola con nessuno. I genitori, spaventati dall’isolamento della figlia, le procurano uno “psicocoso”, come lo chiama Giuditta. Finché un giorno non riesce più a vedere il giallo del pulcino, ma solo una grande macchia nera e comincia a odiare tutto il mondo che ha intorno e che non è capace di restituirle il giallo che la rassicurava. Comincia a farsi del male e viene affidata alle cure di altri psicologi finché la sua vita viene ripulita dell’unica sicurezza infantile fino a morire: “il pulcino non venne più, e dopo un po’, neanche Giuditta”.
Anche la mamma quarantenne del racconto Il silenzio delle balene (pp. 13-16) riesce a crearsi una realtà parallela, al punto da trascinarsi il figlio fino al mare, per oltre otto ore di macchina nella notte, perché guidata dalla musica di Einaudi e perché quest’ultimo le avrebbe detto di suonare con lui in spiaggia. Il delirio della donna rientra quando viene fermata da un poliziotto nel cuore della notte, allora riprende il contatto con la realtà e la musica “non suona più”. Nella parte finale del racconto la si ritrova a lavorare in una Istituzione: “metto timbri, sistemo carte, stampo, siglo”.
Ci sembra che le vite dei tre personaggi scelti per questa breve recensione mostrino le risposte del disagio di vivere: si smette di seguire la realtà che ci si è creati e ci si apre alle relazioni, oppure si cerca di custodire la propria esistenza continuando a vivere “lentamente” fuori dai ritmi frenetici. Oppure, dinanzi alla realtà e alle relazioni che non riescono a capire il disagio che si sta vivendo, si sceglie, titanicamente, di lottare e di salvaguardare la propria vita immaginaria fino alla morte.