Il diritto all’oblio: la trappola del web

La drammatica e straziante vicenda della 33enne Tiziana Cantone, ha riacceso il dibattito sul diritto alla privacy ed il diritto all’oblio nell’era digitale.

L’utilizzo, sempre più diffuso della rete:  blog, piattaforme sociali, forum di discussione, ha determinato un aumento dei dati memorizzati in internet e della stessa possibilità di accesso.

Tali dati, restano a disposizione di tutti  e sono resi accessibili a chiunque,  praticamente, all’istante. Chi naviga in internet, consapevolmente o inconsapevolmente, lascia delle tracce, e non è più, di fatto, °proprietario° delle informazioni che ha deciso di diffondere in rete, informazioni che diventano, così, purtroppo,  incontrollabili.

La facile accessibilità alle informazioni, condivisibili in modo planetario,  se da un lato rappresenta, senza dubbio,  un enorme vantaggio ed una grande opportunità, dall’altro non è possibile,  negarne  i rischi.

Le informazioni sul web diventano permanenti una volta pubblicate e, difficilmente, possono essere rimosse.  I contenuti disponibili, possono essere copiati da terzi, rielaborati ed  utilizzati dai motori di ricerca, che ne permettono una diffusione rapida e planetaria.

Il web non dimentica, pertanto, ottenere la cancellazione di ciò che, legittimamente o illegittimamente,  è stato pubblicato, di fatto,  è impresa quasi impossibile!

Il diritto all’oblio, pertanto, rappresenta, il legittimo diritto dell’individuo a non essere più ricordato, ovvero ad ottenere la cancellazione di tutto ciò che attiene alla sua sfera privata, presente  sul web.

Tale diritto  è stato riconosciuto, per la prima volta,  dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha, in sentenza, stabilito,  nel maggio del 2014,  il diritto di alcuni utenti di chiedere ai motori di ricerca di rimuovere i risultati relativi a domande che includono il proprio nome.

La Corte, però, ha previsto un limite: affinché  i risultati visualizzati, possano essere rimossi, occorre che siano  “inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, oppure eccessivi”.

E’ chiaro che l’interpretazione principale del diritto all’oblio riguarda tutte quelle informazioni non più aggiornate, quindi,  senza una rilevanza “corrente”.

La sentenza, fu emessa, in relazione ad un caso specifico, la vicenda dello spagnolo Mario Costeja Gonzales, il quale, aveva chiesto che fossero rimossi  tutti i link che riconducevano a notizie relative alle sue difficoltà economiche risalenti al periodo degli anni 90 e poi, successivamente, risolte.

La presenza di tali informazioni sul web, rappresentava, per la parte,  una lesione della sua privacy.

Il processo di rimozione, messo a disposizione dai motori di ricerca, purtroppo, non è però,  semplice.  Le procedure variano a seconda dei contenuti e degli stessi motori di ricerca.

Google ha messo a disposizione degli utenti un modulo per le richieste di eliminazione delle indicizzazione di contenuti che riguardano informazioni personali ed immagini offensive.

In realtà, la cosiddetta de-indicizzazione non determina la cancellazione delle foto, articoli,  ma solo che la ricerca su Google non darà più nei risultati i link segnalati, qualora, naturalmente, la richiesta sia stata approvata,  perché i contenuti sono stati valutati inadeguati, rilevanti e non più rilevanti, e eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati. ( sent. Corte di Giustizia della Corte Europea)

Pertanto le pagine de-indicizzate restano dove si trovano, per poterle cancellare definitivamente, bisogna contattare il webmaster del sito che ha pubblicato l’articolo, le foto, che potrà decidere se cancellarle o meno, definitivamente.

E’ chiaro che questa procedura non vale solo per Google ma per tutti i motori di ricerca che hanno sede in Europa.

Nella ipotesi in cui l’utente non vede accolta la  sua richiesta di archiviazione,  l’alternativa è il ricorso all’autorità di controllo (Il,Garante della Privacy), o all’autorità giudiziaria.

In Italia,  i  principi  stabiliti nella sentenza della Corte di Giustizia Europea, sono stati applicati e riconosciuti con la sentenza del 3 dicembre 2015, dal Tribunale di Roma.

Con la suddetta sentenza, il Tribunale, pertanto,  ha ribadito la sussistenza di un diritto all’oblio,  stabilendo, però,  che bisogna verificare se l’interessato abbia diritto a che l’informazione riguardante la sua persona non venga più, allo stato attuale, collegata al suo nome da un elenco di risultati visibili al pubblico, a seguito, di una ricerca effettuata a partire dal suo nome.

Pertanto, in questo caso, il diritto prevale sul l’interesse economico del gestore del motore di ricerca ed anche sull’interesse del pubblico ad accedere all’informazione.

In ipotesi di soggetti che all’interno della società rivestono un ruolo di interesse pubblico, l’ingerenza nei loro diritti fondamentali è giustificata dall’interesse preponderante del pubblico ad aver accesso all’informazione.

Il caso esaminato dal Tribunale di Roma ricadeva proprio nella fattispecie di cui alla sentenza della Corte di Giustizia, soprattutto, nella parte relativa alla rilevanza  data al tempo di esposizione delle informazioni raccolte dalla cronaca giudiziaria relative ad una persona avente un ruolo pubblico,  senza che questa possa dolersi di una ingerenza ingiustificata nella propria vita personale e professionale.

Il trascorrere del tempo dall’accadimento fatti rappresenta, per il Tribunale di Roma, l’elemento essenziale per il riconoscimento del diritto all’oblio.

E’ chiaro che il diritto all’oblio di cui alla sentenza, riguarda il caso del diritto di un soggetto a non vedere più pubblicate alcune notizie relativa a fatti di cronaca, legittimamente pubblicate, benché  riguardanti la sua vita privata in quanto di interesse pubblico.

In tal caso la ripubblicazione della notizia, trascorso un periodo significativo, diventa illegittima, e quindi, ritenuta dalla giurisprudenza una violazione del diritto alla riservatezza.

L’utilizzo di Internet, invece,  introducendo  nuove modalità di diffusione delle informazioni che, una volta pubblicate permangono in rete, ha determinato un mutamento del concetto di diritto all’oblio.

Il  problema non riguarda la ripubblicazione della notizia, ma la sua  permanenza in rete  e  la legittimità della permanenza stessa.

La soluzione giurisprudenziale, in relazione alla predetta ipotesi, è nella contestualizzazione  stessa della notizia,  la cui permanenza in rete,  è legittima solo se valutata  rilevante ed attuale nell’interesse collettivo.

Secondo la Suprema Corte di Cassazione “l’esigenza non è tanto quella di cancellare ma, piuttosto, quella di attribuire un peso all’informazione nell’ambito di uno scenario complessivo che vede l’identità come protagonista” (sentenza 5525/12).

Nella  direttiva europea 96/46 relativa “alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché  alla libera circolazione dei dati” e nella proposta di regolamento europeo generale sulla protezione dei dati del 25 gennaio 2012, il diritto all’oblio è sì riconosciuto,  ma, assume un diverso significato.

Si fa, infatti, riferimento al  diritto alla cancellazione, al blocco, al congelamento dei dati o all’opposizione al trattamento dei dati personali.

“Gli Stati membri garantiscono a qualsiasi persona interessata il diritto ad ottenere dal responsabile del trattamento: a) liberamente e senza costrizione, ad intervalli ragionevoli e senza ritardi o spese eccessivi; b) a  secondo dei casi, la rettifica, la cancellazione o il congelamento dei dati il cui trattamento non è conforme alle disposizioni della presente direttiva, in particolare a causa del carattere incompleto o inesatto dei dati” (art. 12 dir. 95/46 Del Parlamento Europeo)

“Gli Stati membri riconoscono alla persona interessata il diritto:  a) almeno nei casi di cui all’art 7 lettere e)  e f), di opporsi in qualsiasi momento, per motivi preminenti e legittimi, derivanti dalla sua situazione particolare, al trattamento di dati che la riguardano, salvo disposizione contraria prevista dalla normativa nazionale. In cosa di opposizione giustificata il trattamento effettuato dal responsabile non può più riguardare tali dati”. ( art. 14 dir. 95/46 Del Parlamento Europeo)

Le disposizioni della suddetta direttiva sono state recepite dal nostro ordinamento con decreto legislativo  30 giugno 2003 n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali) che all’art. 7 comma 3 let. B)  così dispone: “ la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati trattati in violazione di legge, compresi quelli di cui non è necessaria la conservazione in relazione agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti o successivamente trattati”.

“L’interessato ha diritto di opporsi, in tutto o in parte per motivi legittimi al trattamento dei dati personali che lo riguardano, ancorché  pertinenti allo scopo della raccolta” (art. 7 comma 4 dir. 95/46 del  Parlamento Europeo).

Pertanto, il diritto alla cancellazione, al congelamento  dei dati ed all’opposizione al trattamento può farsi valere anche nei confronti dei motori di ricerca, che comunque, tecnicamente,  non potranno cancellare i dati perché rimangono  nella disponibilità del titolare del trattamento, ma solo il collegamento a detti dati.

Purtroppo, per Tiziana, il diritto all’oblio non  è bastato a salvarla. Il tribunale aveva ordinato la rimozione del video proprio in nome del diritto all’oblio. Il divieto, però non è stato rispettato, né dai gestori e  né dai siti di informazione.

Il diritto all’oblio le è stato negato,  eppure i presupposti per la rimozione vi erano tutti.

Nel suo caso non  ci si poteva appellare né  alla  rilevanza sociale né  all’esposizione pubblica dei soggetti e neppure all’interesse della comunità ad essere informata, ma il video, purtroppo,  non è stato rimosso.

La giustizia avrebbe dovuta salvarla, quella stessa giustizia a cui è si è rivolta, ha, invece,  fallito, e la rete,  è diventata, per lei, una trappola senza via d’uscita!