Allergie e intolleranze alimentari

Ippocrate per primo descrisse reazioni avverse agli alimenti oltre 2000 anni fa, ma la comunità medica è sempre stata restia a riconoscere e studiare questa entità e ne ha preso coscienza solo recentemente. Ancora oggi, in ambito medico e non, tale argomento risente dell’esistenza di diverse interpretazioni e di accese discussioni, dovute a varie ragione tra le quali: confusione di allergie alimentari con manifestazioni di intolleranza aspecifica e magari avversioni di natura gustativa o psichica; assenza di diagnostica allergologica precisa, utilizzo di test di laboratorio non convenzionali oppure errate interpretazioni dei disturbi funzionali od organici non ben definiti. Per queste ragioni è utile fare un po’di chiarezza. Nel 1994, il sottocomitato europeo dell’ EAACI per le Reazioni Avverse agli Alimenti, al fine di stabilire un linguaggio comune nel campo delle reazioni avverse agli alimenti e di semplificare precedenti classificazioni per lo più basate su criteri misti clinico-patogenetici, ha proposto una classificazione basata esclusivamente sui meccanismi patogenetici.

Una prima classificazione si effettua tra reazioni tossiche e non tossiche da ingestione di alimenti. Le REAZIONI TOSSICHE sono indipendenti dalla suscettibilità individuale e sono dose-dipendenti mentre le REAZIONI NON TOSSICHE dipendono dalla suscettibilità individuale verso alcuni cibi e  possono essere immunomediate (allergie alimentari) o non immunomediate (intolleranze). I meccanismi in grado di provocare intolleranza possono essere di natura enzimatica (assenza genetica di specifici enzimi, che determina accumulo di sostanze dannose, tipo deficit di lattasi), di tipo farmacologico (amine biologiche vaso -o psico-attive e liberatori di istamina presenti in determinati alimenti, specie se consumati abbondantemente: cibi fermentati, lievito, vino rosso pesci, in particolare aringhe, cioccolato), oppure rimanere sconosciuti (forme secondarie alla presenza negli alimenti di additivi, che spesso sono contenuti anche in farmaci e cosmetici, come i coloranti, i conservanti, gli antiossidanti, i correttori di acidità, gli addensanti, gli stabilizzanti e gli emulsionanti; essi sono indicati dalla sigla E seguito da un numero).

Attualmente molti “professionisti” del settore e non, armati di metodi d’indagine di dubbia efficacia (il Citotest, il test DRIA, VEGA test, il test del capello, il test iridologico), spesso eseguiti in ambienti non consoni, speculano sull’esistenza di false intolleranze, conducendo a seguire diete squilibrate e incomplete sotto il profilo nutrizionale e provocando evitamento fobico di alcuni cibi imputati senza ragione di essere responsabili del proprio sovrappeso, al limite di un disturbo del comportamento alimentare.

Si deve chiarire che la diagnosi deve essere fatta con metodi riconosciuti e seri. Per la diagnosi delle allergie alimentari vengono utilizzati dei test (PRICK test e RAST, esame bioptico intestinale) che, tuttavia, non sono sufficienti ad effettuare diagnosi certa di allergia alimentare che deve quindi essere integrata con dieta di eliminazione e test di provocazione in ambiente medico controllato. Per le intolleranze i test di provocazione in doppio cieco contro placebo, eseguito con i singoli alimenti o additivi.

Pertanto è opportuno sempre rivolgersi al proprio medico di base e farsi indirizzare verso la strada più corretta prima di cominciare diete inopportune. Sarà il medico, dopo le opportune valutazioni e un primo step di indagine, ad indirizzare il paziente ad uno specialista competente per sostenerlo nella risoluzione del l’eventuale problema.