Riforma Costituzionale: ora spetta agli italiani decidere

Il 12 aprile u.s., il Parlamento ha approvato il testo di legge costituzionale contenente la proposta di riforma della Costituzione, ovvero, il disegno di legge presentato dal governo Renzi, l’8 aprile 2014.

 La legge, fortemente voluta dal Premier e dal Ministro Boschi, avversata dalle opposizioni, prevede “il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II del Costituzione”.

L’iter parlamentare, particolarmente complesso, trattandosi, appunto, di legge di revisione della Costituzione, la cui approvazione è regolamentata dall’art. 138, è iniziato con la presentazione del disegno nell’anno 2014, successivamente, il testo ha ottenuto l’approvazione dal Senato, in prima deliberazione, nella seduta del 13 ottobre 2015,  e dalla Camera nella seduta dell’11 gennaio 2016, in seconda deliberazione dal Senato,  nella seduta del 20 gennaio 2016, e dalla Camera nella seduta del 12 aprile 2016.

 La legge è stata pubblicata, nella Gazzetta Ufficiale, il 15 aprile 2016, ma non avendo ottenuto, da ciascuna delle Camere, la maggioranza dei due terzi dei suoi componenti, ma, solo la maggioranza assoluta, non potrà essere promulgata, essendo stata esercitata la facoltà di richiesta del referendum per la sottoposizione al giudizio popolare.

 “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dai componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione”. (art. 138 C.)

 “Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. (art. 138 C.)

 “La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi”. (art. 138 C. )

 “Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti” (art. 138 C).

 Il referendum, avrà luogo in autunno, tra ottobre e novembre e, non essendo necessario il raggiungimento del quorum, la riforma entrerà in vigore, laddove sarà confermata a maggioranza dagli elettori.

 In molte interviste, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi  ed il Ministro Maria Elena Boschi, hanno definito la riforma approvata, come epocale e rivoluzionaria per il nostro paese, soprattutto, per il superamento del “bicameralismo paritario” .

 Ed infatti, il provvedimento prevede una radicale riforma del Senato della Repubblica, che diverrà un organo  rappresentativo delle autonomie regionali e si chiamerà Senato delle regioni.

 Nell’attuale sistema, le leggi, sia quelle ordinarie che costituzionali, devono essere approvate da entrambe le Camere e la fiducia la governo deve essere concessa sia dai deputati che da senatori.

 Con l’entrata in vigore della riforma costituzionale, la Camera dei Deputati sarà l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e sarà l’unica assemblea con potere legislativo, di indirizzo politico, nonché, di controllo dell’operato del governo, conservando la titolarità del rapporto di fiducia.

 Il Parlamento si compone della  Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza. Ciascun membro della Camera dei Deputati rappresenta la Nazione”. (Nuova formulazione dell’art. 55 C.).

 “La Camera dei Deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo”. (Nuova formulazione dell’art. 55 C.).

 “Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”. (Nuova formulazione dell’art. 55 C.)

 “Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea”. (Nuova formulazione dell’art. 55 C.).

 “Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione  degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea”. (Nuova formulazione dell’art. 55 C.).

 “Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori”. (Nuova formulazione dell’art. 55 C.).

 “Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato. Il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione” . (Nuova formulazione dell’art. 55 C.).

 Quanto al Senato, ormai mero organo rappresentativo delle istituzioni territoriali, manterrà il potere legislativo, soltanto in determinate materie, in particolare:

  •  “Le leggi di revisione costituzionale e le altre leggi costituzionali, leggi che riguardano l’elezione del Senato ed i casi di ineleggibilità ed incompatibilità dei senatori, leggi di attuazione di disposizioni costituzionali riguardanti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum ed altre forme di consultazione popolare” (nuova formulazione dell’art. 70 C. ); 
  • “ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e leggi che stabiliscono le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formulazione e all’attuazione delle politiche comunitarie” ( nuova formulazione dell’art. 70 C.); 
  •  “leggi sull’ordinamento degli enti territoriali e sui rispettivi rapporti con lo Stato, comprese quelle sulle loro funzioni, sui rispettivi organi costitutivi e sulla legislazione elettorale, sulla concessione di particolari forme di autonomia a regioni e province autonome, nonché sulla loro partecipazione alla formazione a all’attuazione di accordi internazionali e atti normativi comunitari, sull’esercizio del potere sostitutivo del Governo nei confronti degli enti locali, sulle attribuzioni patrimoniali agli enti locali, sulle variazioni territoriali delle regioni e sui loro rapporti diretti con stati esteri” ( nuova formulazione dell’art. 70 C. ). 

 Quanto al numero dei Senatori, la riforma costituzionale prevede una riduzione da 315 a 100 membri, di cui cinque saranno nominati dal Presidente della Repubblica, tutti gli altri saranno eletti dai Consigli regionali, tra i loro stessi componenti e tra i sindaci dei propri territori.

 A ciascuna Regione spetterebbero almeno due Senatori ed i seggi restanti sarebbero ripartiti, proporzionalmente, tra le Regioni, in base al loro peso demografico.

 I cinque Senatori nominati dal Presidente della Repubblica resteranno in  carica sette anni, la carica di senatore a vita resterà valida solo per gli ex Presidenti della Repubblica, ed i presidenti attuali, presenti in Senato, resteranno, comunque, in carica e non saranno sostituiti.

 I componenti del “nuovo Senato”, non saranno più pagati dal Senato, ma, percepiranno solo lo stipendio di amministratori.

 Un’altra innovazione introdotta dalla riforma costituzionale è la abolizione del Consiglio Nazionale dell’economia ed il lavoro.

 Tale organo, composto da 64 consiglieri, attualmente, ha una funzione consultiva in materia di leggi sull’economia ed il lavoro, nonché di iniziativa legislativa potendo proporre alle camere delle leggi in materia di economia.

 E’, pertanto, evidente, che la riduzione del numero dei senatori, e la soppressione del CNEL, comporterà un risparmio economico notevole dei costi di gestione delle istituzioni, ma una domanda, è d’obbligo: l’aver concentrato nella sola Camera dei Deputati il potere di legiferare, non rappresenta, forse, un rischio per la democrazia?

 Secondo illustri costituzionalisti, il rischio è reale, atteso che, la riforma prevede, appunto, un ampliamento del potere di iniziativa legislativa del Governo che potrà attuare il suo programma  mediante la presentazione di disegni di legge da far approvare dalla sola Camera dei Deputati, successivamente, entro settanta giorni dalla deliberazione d’urgenza dell’assemblea.

 D’altra parte, ciò è accaduto per la stessa riforma costituzionale in esame, atteso che, il disegno di legge di revisione costituzionale è stato, appunto, un atto di attuazione del programma di governo.

 Inoltre, perplessità sono state rilevate anche per lo stesso “nuovo Senato”, un organo non più espressione della sovranità popolare, nel rispetto del principio costituzionale, secondo cui il Parlamento rappresenta tutto il popolo, e non le istituzioni territoriali, ed i senatori devono, direttamente, essere eletti dal popolo e non dai consigli regionali e provinciali.

 Quanto alle leggi di iniziativa popolare, la previsione di un aumento del numero di firme necessario per la presentazione di un disegno di legge (da 50.000 a 150.000), è stata, fortemente, contestata, benché, sia stato introdotto il principio che la discussione e la deliberazione degli stessi debba essere, comunque, garantita in tempi certi.

 Altra innovazione sostanziale introdotta dalla riforma in esame attiene al titolo V parte seconda della Costituzione che regola i rapporti tra lo Stato e gli enti locali (Regioni, città metropolitane e Comuni). 

 Viene, così eliminata la competenza legislativa concorrente delle Regioni e viene eliminato ogni riferimento alle Province, non più ritenuti enti costitutivi della Repubblica. “Sono soppressi i riferimenti costituzionali relativi alla e province, quali enti costitutivi della Repubblica” (nuova formulazione art. 114 C).

 Altra modifica attiene all’art. 116 C, che disciplina il cosiddetto “regionalismo differenziato”.

 In particolare sono state ridefinite le materie nelle quali possono essere attribuite particolari forme di autonomia alle Regioni, introducendo, però, come condizione necessaria, il principio di equilibrio tra entrate e spese di bilancio della Regione.

 L’attribuzione di tali forme speciali di autonomia potrà avvenire con legge approvata da entrambe le Camere, senza, però, richiedere la maggioranza assoluta dei componenti, ferma restando la necessità dell’intesa tra lo Stato e la Regione interessata.

 Pertanto, essendo stata soppressa la competenza legislativa concorrente delle Regioni, vengono redistribuite le materie tra competenza legislativa statale e competenza regionale.

 Le materie di esclusiva competenza dello Stato sono, appunto, le seguenti: politica estera, difesa dello Stato, ordine pubblico e sicurezza, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, tutela della salute e della sicurezza alimentare, ordinamento scolastico e formazione professionale, istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica, tutela e sicurezza del lavoro, protezione civile, ambiente ed ecosistema, infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza, porti ed aeroporti civili di interesse nazionale ed internazionale.

 Le materie, invece, di esclusiva competenza delle Regioni sono: pianificazione territoriale, infrastrutture e mobilità, organizzazione servizi sanitari e sociali, formazione professionale e diritto allo studio, promozione dei beni culturali, valorizzazione ed organizzazione del turismo e tutte quelle materie non esclusivamente riservate allo Stato. (nuova formulazione art. 117 C.)

L’introduzione della cosiddetta “clausola di supremazia”, consentirà l’intervento legislativo dello Stato, su proposta del Governo, anche nelle materie non riservate alla legislazione esclusiva, laddove lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

 “Inoltre gli enti locali, Comuni, Regioni, Città Metropolitane, avranno una autonomia finanziaria di entrata e di spese e le risorse dovranno assicurare il finanziamento integrale delle loro funzioni pubbliche. Tutte le funzioni amministrative dovranno essere improntate alla semplificazione ed alla trasparenza, secondo criteri di efficienza e di responsabilità degli amministratori”. (artt. 118 e 119 C.).

 Ci aspetta in autunno un appuntamento, davvero, importante. Siamo chiamati a confermare o meno il testo di riforma costituzionale approvato, definitivamente, il 12 aprile u.s. e su analizzato.

 La legge è unica, ma le riforme dalla stessa introdotte sono plurime. Gli italiani, sono chiamati a votare su un unico quesito ovvero approvare o non approvare in blocco l’intero pacchetto di riforme, un prendere o lasciare, per intenderci. Un voto unico su un testo disomogeneo!

 La semplificazione, in tal caso, può, realmente, essere considerata “ una forma di democrazia”?