Napoli: i tesori del Museo Archeologico – FOTO

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è uno dei musei più importanti al mondo, sia per il numero di reperti che custodisce che per la qualità e unicità delle collezioni esposte. La sua grande superficie espositiva, circa 12.650 mq, ha trovato la sua ottimale sistemazione in un edificio costruito sull’area dell’antica necropoli greca di Santa Teresa e che originariamente aveva la funzione di Real Cavalleria (1585-1611); in seguito divenne sede dell’Università dei Regi Studi (1612-1776), e poi, per opera di Ferdinando IV, Real Museo Borbonico (1777-1859). Dopo l’unità d’Italia l’edificio assunse la denominazione prima di Museo Nazionale (1860-1957) e infine di Museo Archeologico Nazionale.

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Fra i tantissimi pezzi conservati, sono le collezioni di arte e suppellettili romane il punto di forza del Museo. Intorno alla metà del ‘700, infatti, il diffondersi dei principi del neoclassicismo e la contemporanea scoperta dell’antica città di Pompei svilupparono un forte e diffuso interesse per il mondo classico e romano da spingere il re Carlo III di Borbone a reclamare, di diritto, la proprietà della Collezione Farnese, una raccolta iniziata nel 1543 da Alessandro Farnese (eletto poi Papa Paolo III) e costituita da una innumerevole quantità di opere artistiche di ogni settore: pittura, scrittura, libri, oggetti di arredo, monili e suppellettili vari compreso monete e disegni e molti altri oggetti provenienti dagli scavi archeologici dell’area romana, in particolare dalle terme di Caracalla, e dalle zone di Parma e Piacenza.

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Tutte queste opere furono trasferite definitivamente a Napoli, dove vennero conservate dapprima nel Palazzo di Capodimonte, che in seguito divenne Reggia, e poi nel Real Museo Borbonico; fu re Ferdinando IV, figlio e successore al trono di Carlo III, che proseguì nell’opera di trasferimento degli ultimi pezzi della Collezione, in particolare delle sculture romane. Fra queste ultime vanno menzionati l’imponente Ercole Farnese (foto 1), una statua in marmo alta 3,17 metri del III secolo d.C. attribuita allo scultore Glicone di Atene, copia di un originale bronzo greco e definita da Goethe “una delle più perfette opere di tutti i tempi” e il maestoso complesso marmoreo rappresentante il Supplizio di Dirce ma conosciuto più semplicemente col nome di Toro Farnese, attribuito agli scultori Apollonio di Tralle e suo fratello Taurisco; quest’opera è ottenuta da un unico blocco di marmo di base 3,00 x 2,95 metri per un’altezza di circa 3,70 metri e peso di 24 tonnellate e rappresenta Anfione e Zeto, figli di Antiope, che nell’atto di vendicare la madre legano Dirce ad un toro imbizzarrito. Fra il ‘500 e il ‘700 il complesso scultoreo fu arricchito di altre figure minori, umane ed animali. La Collezione Pompeiana è l’altra grande raccolta del Museo; iniziata per volere di Carlo III, è costituita da tutti i reperti rinvenuti negli anni dagli scavi eseguiti nell’area pompeiana sia dai Borbone sia da Gioacchino Murat e fra le varie sezioni che la compongono una grande importanza la riveste quella dei mosaici (foto 2); questi erano delle forme ornamentali e decorative molto diffuse nelle domus romane e raggiunsero a Pompei dei livelli artistici altissimi, soprattutto nelle case patrizie dove  testimoniavano il prestigio o l’opulenza della famiglia che vi abitava. Fra i più importanti va citato il mosaico ritrovato nella casa del fauno e raffigurante la Battaglia di Isso (foto 3) dove si fronteggiarono Alessandro Magno, qui raffigurato a capo scoperto ed in sella al suo fedele destriero Bucefalo, e Dario di Persia; l’opera, databile intorno al 100 a.C., è composta da circa un milione e mezzo di tessere per una dimensione complessiva di 5,82 x 3,13 metri ed è realizzata con una tecnica, l’opus vermiculatum, che permetteva una rappresentazione molto precisa e dettagliata dei soggetti. Nel museo è conservata inoltre una Collezione Egizia che per numero di reperti è seconda in Italia solo a quella del Museo Egizio di Torino; i pezzi che la compongono provengono da varie collezioni: una parte furono raccolti dal Cardinale Stefano Borgia nella seconda metà del ‘700 e successivamente furono venduti a Gioacchino Murat (quando questi era re di Napoli) che l’acquistò anche in virtù delle campagne napoleoniche in Egitto del 1799, altri sono quelli raccolti da Giuseppe Picchianti durante il suo viaggio nella valle del Nilo nei siti archeologici di Saqquara, Tebe e Giza.

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