La normativa antidoping: dalla competizione sportiva alle aule di giustizia

 

Con termine “doping” si intende l’uso e l’abuso di particolari sostanze, anche di natura medicinale, al fine di alterare, quindi, potenziare il rendimento fisico di un atleta durante una prestazione sportiva. Il termine deriva dall’inglese “dope” ed in origine indicava un composto di vino e tè bevuto dagli schiavi per rimanere attivi e, quindi, lavorare. Il fenomeno, non è recente in quanto, fin dall’antichità, si è fatto ricorso a sostanze per migliorare le prestazioni sportive. Già all’epoca delle prime Olimpiadi, nella Grecia Classica, venivano utilizzate dagli atleti delle sostanze eccitanti (funghi allucinogeni, piante e bevande stimolanti) proprio per potenziare le loro prestazioni sportive.  Negli anni cinquanta, fino agli anni ottanta, l’utilizzo delle sostanze dopanti da parte degli atleti, è stato sistematico, proprio perché non se ne conoscevano gli effetti collaterali e le conseguenze dannose sulla salute. Evidenti erano i miglioramenti in termini di struttura fisica e di risultati agonistici, al contrario, di possibili danni fisici e di  conseguenze psicologiche per molti sportivi, nessuno ne aveva mai parlato.

Negli ultimi anni, acquisita ormai la consapevolezza della pericolosità delle sostanze dopanti, sono state approntate delle vere e proprie strategie di contrasto al fenomeno del doping.

L’Italia, è uno dei pochi paesi ad aver previsto sanzioni penali per il doping, atteso che, nell’ambiente sportivo internazionale, il fenomeno, si ritiene debba  essere contrastato, quindi sanzionato, solo come illecito sportivo e non come reato, e le sanzioni, pertanto, dovrebbero essere di esclusiva competenza del Comitato Olimpico Internazionale.

Per molti anni, il Procuratore Aggiunto, dr. Raffaele Guariniello, ha lottato affinché, si utilizzassero strumenti investigativi della giustizia penale, per debellare quello che reputava fosse il vero cancro del mondo dello sport.  In uno dei tanti suoi interventi ed interviste, il Procuratore Aggiunto Torinese, parlando, appunto di doping, durante un convegno svoltosi a Firenze, rispondendo ai giornalisti, così affermava: Ho visto varie indagini in corso nell’ultimo periodo più sulla frode sportiva che sul doping e devo dire che proprio queste indagini hanno messo in luce fenomeni molto allarmanti. Purtroppo lo sport in generale ed il calcio sono sempre lì in una posizione molto delicata. Ci sono sistemi di controllo: si fanno sulle urine e sul sangue però bisogna rendersi conto che servono a poco chi fa il doping si organizza e riesce a sfuggire da questi controlli. Che piaccia o non piaccia è la giustizia penale che può intervenire….

La lotta, internazionale, al doping, è iniziata verso la fine degli anni 60, allorquando, il Comitato Olimpico Internazionale, diede il via ai cosiddetti controlli di laboratorio sugli atleti e predispose un elenco di sostanze, cosiddette “proibite”, elenco che ancora oggi sussiste e viene di volta in volta aggiornato.

La repressione del fenomeno, nel nostro paese, ebbe inizio, invece, attraverso l’introduzione della legge del 1971, la n. 1099, che sanzionava gli atleti che, per modificare artificialmente le loro energie naturali facevano uso di sostanze che possono risultare nocive. L’individuazione, delle sostanze definite dalla norma “nocive” era demandata al Ministero della Sanità.

La legge, si rivelò inefficace, attesa la tenuità delle sanzioni previste, sanzioni di natura meramente pecuniaria ( da un minimo di 50.000 lire ad un massimo di un milione di lire ed inoltre, con  la introduzione della legge n. 689 del 24 novembre 1981, “Depenalizzazione e modifiche al sistema penale”, le fattispecie contravvenzionali della suddetta normativa, vennero trasformate in illecito amministrativo.

Nel 1989 venne emanata la legge n. 401 in materia di Interventi nel settore del giuoco e delle scommesse clandestine e tutela della correttezza nello svolgimento di manifestazioni sportive. Tale normativa emanata per contrastare, soprattutto, il fenomeno delle scommesse clandestine, è stata applicata, per diversi anni, anche per il doping, almeno fino all’entrata in vigore della legge n. 376 del 14 dicembre 2000. La legge del 1989, nonostante la previsione di sanzioni più severe (reclusione da un mese ad un anno e multa da euro 258 a euro 1032), si è rivelata di scarsa efficacia perché applicabile unicamente alle ipotesi in cui l’utilizzo delle sostanze dopanti, proibite, da parte degli atleti avvenisse durante le competizioni sportive organizzate dal CONI o altri enti riconosciuti dallo stato. “Chiunque offre o promette denaro o altra utilità o vantaggio a taluno dei partecipanti ad una competizione sportiva organizzata dalle federazioni riconosciute dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI), dall’Unione italiana per l’incremento delle razze equine (UNIRE) o da altri enti sportivi riconosciuti dallo stato e dalle associazioni ad essi aderenti, al fine di raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione, ovvero compie altri atti fraudolenti volti al medesimo scopo, è punito con la reclusione da un mese ad un anno e con la multa da euro 258 ad euro 1032. Nei casi di lieve entità si applica la sola pena della multa” (art. 1 L. 401/89).

La Suprema Corte di Cassazione, in molte sue pronunce, ha esteso l’applicazione della predetta normativa ai casi di doping, ritenendo che l’assunzione delle cosiddette sostanze “proibite”, integrasse la fattispecie criminosa di cui all’art. 1 L. 401/89, perché artificio finalizzato ad alterare il risultato della competizione sportiva. L’applicabilità della norma, comunque, era limitata ai soggetti estranei alla competizione sportiva, non potendo essere punita la condotta stessa dell’atleta.

In data 14 dicembre 2000, è stata emanata, la legge n. 376 Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping, che ha rappresentato e rappresenta un efficace strumento legislativo, nella lotta al fenomeno del doping.

La norma, affronta il fenomeno su due livelli: prevenzione e repressione. Nell’ottica della prevenzione si colloca, appunto, la istituzione, presso il Ministero della Sanità, della Commissione per la vigilanza ed il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive.

La Commissione, in conformità alle indicazioni del Comitato Internazionale Olimpico e di altri enti con competenza specifica ha i seguenti compiti:  predispone le classi delle sostanze dopanti di cui all’art. 2 comma 1 ovvero i farmaci, le sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e le pratiche mediche, il cui impiego è considerato doping a norma dell’art. 1;

determina i criteri e le metodologie dei controlli antidoping individuando le competizioni e le attività sportive, per le quali il controllo sanitario è effettuato dai laboratori di cui all’art. 4, comma 1 tenuto conto delle caratteristiche delle competizioni e delle attività sportive stesse;

effettua tramite i laboratori di cui all’art. 4 della normativa in esame, anche avvalendosi di medici specialistici di medicina dello sport, i controlli antidoping e quelli di tutela della salute, in gara e fuori gara;

predispone i programmi di ricerca sui farmaci, sulle sostanze e sulle pratiche mediche utilizzabili ai fini di doping nelle attività sportive;

individua le forme di collaborazione in materia di controlli anti-doping con le strutture del servizio sanitario nazionale;

mantiene i rapporti operativi con l’Unione Europea e con gli organismi internazionali, garantendo la partecipazione a programmi di interventi contro il doping;

può promuovere campagna di informazione per la tutela della salute nelle attività sportive e di prevenzione del doping, in modo particolare presso tutte le scuole statali e non statali di ogni ordine e grado in collaborazione con le amministrazioni pubbliche, il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI), le federazioni sportive nazionali, le società affiliate, gli enti di promozione sportiva pubblici e privati, anche avvalendosi delle attività dei medici specialisti di medicina dello sport.

Sul piano della repressione, il legislatore del 2000, ha stabilito la pena della reclusione da 3 mesi a 3 anni e la multa da lire 5 milioni a lire 5 milioni per chi procura, somministra, assume o favorisce l’utilizzo di sostanze dopanti al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti o di modificare i risultati dei controlli. (art. 9 L. n. 376/00).  Destinatario della sanzione è, quindi, non soltanto chi procura le sostanze vietate ma, anche chi ne usufruisce. Non può, comunque, essere punito chi non esercita attività agonistica partecipando, quindi, a manifestazioni sportive di carattere competitivo organizzate sotto l’egida degli enti riconosciuti dal CONI.

E’ prevista, inoltre, un aumento di pena se dal fatto deriva un danno per la salute; se è commesso nei confronti di un minorenne; se è commesso da un componente o da un dipendente del CONI ovvero di una federazione sportiva nazionale, di una società, di un’associazione o di un ente riconosciuti dal CONI. In ipotesi di condanna, consegue l’interdizione temporanea dall’esercizio della professione per chi esercita una professione sanitaria.  L’interdizione prevista è perpetua, nella ipotesi in cui il fatto è commesso da un componente o un dipendente del CONI.

Il giudice, in sede di condanna, ordina, la immediata confisca dei farmaci, delle sostanze farmaceutiche e delle altre cose servite o destinate a commettere il reato.

L’ultima parte della norma antidoping, sanziona con la reclusione da due a sei anni e con la multa da lire 10 milioni a lire 150 milioni,  chiunque commercia i farmaci e le sostanze farmacologicamente o biologicamente attive compresi nelle classi di cui all’art. 2 comma 1, attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico e dalle altre strutture che detengono farmaci direttamente destinati alla utilizzazione sul paziente.

Non vi è dubbio alcuno, che la normativa antidoping costituisca un efficace e valido strumento di contrasto al fenomeno del doping, ma, è necessario trasmettere, soprattutto ai ragazzi, ma, anche, a tutti coloro che praticano ed amano lo sport, i valori della lealtà, correttezza e legalità!