Il reato di corruzione: quando la legge da sola non basta!

La corruzione, quale fenomeno sociale ha, purtroppo,  da sempre caratterizzato usi e costumi di popoli anche di diverse civiltà. Si pensi  alla Atene di Pericle, o alla Roma di Cicerone, ove, la tangente, benché formalmente condannata, era, in realtà, diffusa.

In Italia, il fenomeno corruzione è stato scoperto negli anni novanta con le inchieste di Tangentopoli, un sistema endemico, ove, tutti i politici in carica, intascavano tangenti ed i privati pagavano per ottenere favori dai politici. Corrompere era la prassi, e tale comportamento non era, affatto percepito in termini di disvalore.  E’ dirompente, e rende il senso del degrado morale della nostra società la recente affermazione del Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, dr. Piercamillo Davigo, il quale, a chi gli chiedeva cosa fosse cambiato dopo Tangentopoli, rispondeva: “Non tutti rubano ma la pratica e molto diffusa…I politici non hanno smesso di rubare ma hanno smesso di vergognarsi…”  Ed allora, c’è da chiedersi se il nostro sistema giudiziario, preveda strumenti efficaci per combattere una prassi così odiosa, oltre che,  dannosa per la nostra economia.

Per corruzione, si intende, la condotta di un pubblico ufficiale che riceve denaro o altre utilità che non gli sono dovute, per compiere un atto conforme o contrario alle proprie funzioni. Perché vi sia il reato, è sufficiente anche la sola promessa di una retribuzione non dovuta ed è, altresì, corrotto il pubblico ufficiale che abbia ricevuto denaro o altra utilità per aver omesso o per omettere o ritardare un atto conforme alle proprie funzioni.

Tecnicamente, si definisce “reato proprio” perché può essere commesso solo da chi ha la qualifica di pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio.

Il legislatore ha previsto due ipotesi di reato: la corruzione impropria e la corruzione propria.  La corruzione impropria, disciplinata dall’art. 318 c.p., è l’ipotesi, del pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio che accetti la prestazione o la promessa di denaro o altra utilità, in cambio del compimento di un atto del suo ufficio, ovvero di un atto che avrebbe dovuto, comunque, compiere. Ed invero, l’art. 318 c.p. (,) modificato dalla legge 6 novembre 2012 n. 190 e dall’art. 1 comma 1, lett. e) legge 27 maggio 2015 n. 69 sanziona con la reclusione da uno a sei anni, (in luogo della vecchia previsione sanzionatoria della reclusione da uno a cinque anni), il Pubblico Ufficiale che per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, riceve indebitamente, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, o ne accetta la promessa. Per esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, deve intendersi, qualunque attività che sia esplicitazione diretta o indiretta dei poteri inerenti all’ufficio, quindi sono compresi tutti quei comportamenti, che violano i doveri di fedeltà, imparzialità ed onestà, che,  devono essere, rigorosamente, osservati da coloro i quali esercitano una funzione pubblica. Il reato è plurisoggettivo, in quanto, ne rispondono, in concorso necessario, sia il corruttore che il corrotto ed è caratterizzato da due attività, ovvero, l’accettazione della promessa ed il ricevimento della utilità, quest’ultima, coincide con il momento consumativo del reato.

Pertanto, il reato si perfeziona con la sola accettazione della promessa, indipendentemente, dal mantenimento della promessa stessa. Il bene giuridico tutelato dalla norma è l’interesse della Pubblica Amministrazione all’imparzialità, correttezza e probità dei funzionari pubblici ovvero a che gli atti pubblici non siano oggetto di mercimonio.

La corruzione propria, è disciplinata, dall’art. 319 c.p. che prevede la punibilità del pubblico ufficiale che per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, o ne accetta la promessa, con la reclusione da sei a 10 anni, pena così rideterminata dalla L. n. 27 maggio 2015, n. 69 che ha modificato la previsione di cui alla legge 6 novembre 2012 n. 190, che prevedeva come sanzione la reclusione da quattro a otto anni. Nella corruzione propria, il mercimonio dell’ufficio concerne un atto contrario ai doveri di ufficio ed è, antecedente, quando il pagamento è pattuito anteriormente al compimento dell’atto e al fine di compierlo, susseguente, quando avviene dopo che l’atto contrario sia stato compiuto. Il bene tutelato è il prestigio della Pubblica Amministrazione, prestigio che viene leso dal comportamento scorretto del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio. La condotta è, sempre, bilaterale e consiste, per i Pubblico Ufficiale o per l’incaricato di un pubblico servizio, nel ricevere o nell’accettare la promessa del denaro o altra utilità, per il privato, nel dare o nel promettere, quindi, occorre un accordo corruttivo ed il versamento del compenso al funzionario. La finalità è quella di ottenere o ritardare una atto dell’ufficio o per compiere un atto contrario ai doveri di ufficio.

Per configurare il delitto  di corruzione propria non è necessario  individuare uno specifico atto contrario ai doveri di ufficio ma, va valutato, l’insieme del servizio offerto al privato, perché è l’asservimento della funzione per denaro o altra utilità agli interessi del privato che concretizza il reato di cui all’art. 318 c.p. e viola il dovere di imparzalità della pubblica amministrazione. Il reato, inoltre, si configura anche quando il pubblico funzionario, potendo scegliere tra una pluralità di determinazioni volitive, scelga, a seguito della dazione indebita di denaro, quella che assicura maggiori benefici al privato. L’atto contrario ai doveri di ufficio integra qualsiasi comportamento del pubblico funzionario contrario agli interessi della pubblica amministrazione ed, in ipotesi di potere discrezionale, ricorrono i presupposti del reato di corruzione propria nel caso in cu l’agente  abbia accettato, dietro compenso, di non esercitare la discrezionalità che gli è stata attribuita dall’ordinamento ovvero di usarla ponendo in essere una attività contraria ai suoi doveri di ufficio. 

L’elemento psicologico del reato è costituito dal dolo specifico ovvero dalla coscienza e volontà di ricevere per sé o per un terzo una dazione o una promessa di denaro per compiete un atto contrario ai doveri di ufficio.

Il reato è istantaneo e si perfeziona nel momento e nel luogo in cu il pubblico ufficiale riceve i compenso o la promessa del compenso per compiere l’atto contrario ai suoi doveri di ufficio. E’ sufficiente l’accordo e quando all’accordo segue l’effettiva dazione della somma di denaro, il momento consumativo si sposta e, come già detto, coincide con la dazione medesima.

Altra modifica sanzionatoria, effettuata dalla normativa del 2015, ha riguardato le pene previste dall’art. 319 ter c.p. (corruzione in atti giudiziari) e dall’art. 319 quater c.p. (induzione indebita a dare o promettere utilità).  Per la corruzione in atti giudiziari la nuova previsione sanzionatoria è da sei a dodici anni in luogo della reclusione da quattro a dieci anni. Per la induzione a dare o promettere utilità, la nuova previsione sanzionatoria e della reclusione da sei a dieci anni e sei mesi in luogo della reclusione da 3 a otto anni già prevista.

L’art. 320 c.p. prevede che le disposizioni di cui agli artt. 318 e 319 c.p. si applicano anche all’incaricato di un pubblico servizio. In ogni caso le pene sono ridotte in misura non superiore ad un terzo.  Le pene stabilite per i corrotti si applicano anche ai corruttori, ovvero, a coloro i quali promettono al pubblico ufficiale o all’incaricato di un pubblico servizio denaro o altra utilità.

La nuova normativa, inoltre, ha previsto una nuova circostanza attenuante per la cosiddetta “collaborazione processuale” (art. 323 bis c.p.), per i responsabili di tutti i delitti contro la pubblica amministrazione, che si adoperino, efficacemente, per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori e forniscano, all’autorità giudiziaria, una concreta e fattiva collaborazione. La riduzione prevista è da un terzo a due terzi della pena.

Nonostante il legislatore abbia previsto una normativa penale particolarmente severa in materia di corruzione, purtroppo, in Italia, la corruzione è un tema di costante attualità, anzi una vera e propria emergenza nazionale.

Inasprire le pene, non serve a nulla, bisognerebbe, secondo gran parte della magistratura, spezzare la complicità tra corruttore e corrotto. Gherardo Colombo, magistrato di spicco nelle passate inchieste di mani pulite, oggi afferma “che per combattere la corruzione Mani Pulite non è bastata”, ha, infatti, puntato il dito contro “i cittadini tutti incapaci di rispettare le leggi e corrotti nelle piccole cose, al punto da esprimere poi rappresentanti che praticano al loro volta la corruzione”.

La sua è una analisi pessimista e lucida, o forse realista: in fondo cosa davvero è cambiato rispetto agli anni delle inchieste giudiziarie di Milano? Purtroppo nulla! La corruzione è estremamente diffusa nel nostro paese, e la causa è la mancanza del rispetto delle regole. Se esistono i corrotti è perché vi sono i corruttori, ovvero coloro che pagano per non rispettare le regole! Ed allora quale la ricetta giusta per combatterla? Penso che bisogna agire sul tessuto sociale, compiendo un lavoro di “rieducazione” culturale, finalizzato alla riaffermazione della legalità.

 “Ogni qual volta che accettiamo una tangente e la mettiamo nella tasca, distruggiamo il nostro cuore, la nostra personalità e la nostra Patria. Per favore non fatevi prendere il gusto di questo zucchero che si chiama corruzione!”

Questo, il messaggio del nostro Papa Francesco, rivolto ai giovani, che sono il nostro futuro, ed è proprio dai giovani che bisogna partire, bisogna far comprendere che la corruzione è un cancro e come tale va estirpato, solo così si potrà aver un futuro!