L’appocundria del Piccolo Principe

Ci sono stati d’animo che appartengono ad alcuni popoli e non ad altri. L’esperienza emozionale è come l’esperienza dei sensi: se non abbiamo vissuto certe situazioni, non possiamo provare nemmeno le emozioni che esse generano. Uno stato d’animo non si può immaginare, per conoscerlo bisogna averlo vissuto, e allora si potrà persino dargli un nome, pronunciarlo e scandirlo nelle pieghe di una sequenza di lettere.

            L’appocundria, per esempio, è uno stato d’animo tipico della napoletanità e risulta difficile tradurlo con un termine italiano. Qualcuno lo ha associato alla saudade portoghese, ovvero a quel sentimento tra la malinconia e la nostalgia, causato dal dolore di sapere, mentre ancora li stiamo vivendo, quanto ci mancheranno una situazione, un bene o una persona: è il dolore per una assenza futura.

            La relazione del termine napoletano appocundria con la parola italiana ipocondria è evidente: entrambi derivano (attraverso la mediazione del latino) dal greco hypocondrios che letteralmente significa ‘sotto lo sterno’, laddove la medicina antica riteneva si localizzasse la malinconia. In italiano, oggi, ipocondria non indica un sentimento malinconico ma denota lo stato di chi si sente malato, anche se non vi sono riscontri medici che confermino la malattia. Con quest’ultimo significato è attestato per la prima volta nella lingua italiana in un volgarizzamento di Ippocrate risalente al XIV secolo. A partire dal 1686, tuttavia, il termine ipocondria è usato dai poeti dell’Arcadia per indicare la tetra malinconia, il sentimento di abbattimento che può colpire una persona; in seguito Giuseppe Parini userà l’espressione noiosa ipocondria, per far riferimento a uno stato di profonda malinconia, di scoraggiamento.

            Se nell’italiano contemporaneo il termine non conserva più il significato di dolore per l’assenza, in napoletano la parola appocundria è usata ancora oggi per indicare uno stato prossimo alla malinconia, una mancanza che spinge chi è sazio a dire che si sente digiuno, che ha ancora fame ma non sa bene di cosa perché avverte un vuoto interiore, localizzabile tra lo sterno e lo stomaco e difficilmente colmabile (suggeriamo l’ascolto della canzone Appocundria di Pino Daniele: «appocundria ‘e chi è sazio / e dice ca è diuno»). Il vocabolario Treccani ha accolto appocundria tra i termini dialettali che potrebbero entrare nel vocabolario italiano, visto che la nostra lingua non ha una parola che possa indicare in modo così preciso questo stato d’animo.

            La descrizione del sentimento dell’appocundria si legge anche nella versione napoletana del Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupery, tradotta da Roberto D’Ajello nel 2003. Nel capitolo XXVI de ‘O Princepe Piccerillo, D’Ajello rende l’espressione francese «Et il sourit avec mélancolie» con «E facette na risatella appucundrusa», mentre la traduzione italiana di Nico Orengo (edizione Bompiani) calca il francese «E sorrise con malinconia». Nel testo napoletano è usato dunque l’aggettivo appucundroso come sinonimo di malinconico. In realtà, appucundroso riesce a descrivere, quasi meglio di malinconico, quella sensazione di mancanza e nostalgia preventiva che si insinua nel cuore di un essere umano che, mentre ancora sta vivendo una esperienza, avverte già il vuoto e lo struggimento che proverà quando ne sarà lontano e la ricorderà. Il Piccolo Principe è appucundroso perché pensa già al momento in cui l’assenza dell’amico Aviatore gli causerà il vuoto e sentirà lo stomaco stringersi. Il capitolo XXVI, infatti, è il capitolo in cui il Piccolo Principe si congeda per sempre dall’amico al quale si rivolge parlando al futuro, proiettando così anche il pilota nel momento in cui sentirà il morso della assenza:

Guarderai le stelle, la notte. È troppo piccolo da me perché
ti possa mostrare dove si trova al mia stella. È meglio così.
La mia stella sarà per te una delle stelle. Allora, tutte le stelle,
ti piacerà guardarle… Tutte, saranno tue amiche.

Il sentimento di appocundria riuscirà a trasformarsi persino in una risata, grazie al regalo che il Principe fa all’Aviatore:

Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto
che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse,
allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo,
delle stelle che sanno ridere.

Il bambino regala una soluzione creativa all’amico: ossia quello di immaginarlo ovunque nel cielo, in tutte le stelle, visto che non sarà in grado, dalla Terra, di distinguere la piccola stella in cui abiterà. Ciò potrà portare un po’ di conforto all’Aviatore che, non sapendo dove guardare, immaginerà il Principe su tutte le stelle. Questa fantasiosa illusione gli permetterà di trovare consolazione:

E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento
di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia
di ridere con me.

Ma si tratta, è chiaro, di una consolazione che aggiunge struggimento nell’animo del protagonista che passerà dalla stretta del dolore dell’assenza al riso (un po’ amaro) della consolazione, fino al ringraziamento per essersi comunque conosciuti. L’Aviatore si ricorderà delle parole del Piccolo Principe e, fissando le stelle, comincerà a ridere tanto da lasciare stupiti coloro che assisteranno alla sua risata improvvisa e folle:

E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo.
Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo.

Ci sembra pertanto che il testo napoletano del Piccolo Principe descriva bene la parabola dello stato dell’appucundruso, che passa dal vuoto, causato dal pensiero del distacco futuro da ciò che gli è caro, alla consolazione del ricordo, che gli permetterà persino di ridere del suo disagio e di ripensare all’opportunità di aver vissuto un’esperienza eccezionale, di aver conosciuto un amico, di averlo e di esserne stato “addomesticato” e amato.

Per approfondire

L’appocundria di Pino Daniele: http://www.treccani.it/lingua_italiana/articoli/parole/Daniele.html