Acidificazione degli oceani: a rischio l’ecosistema marino  

 

L’acidificazione degli oceani è attualmente uno dei temi più scottanti all’interno della comunità Scientifica Internazionale in termini di salvaguardia ambientale. Secondo alcuni dati sembrerebbe che dai tempi della rivoluzione industriale ad oggi i mari abbiano subito un aumento dell’acidificazione del 30% a causa dell’incremento dei livelli di biossido di carbonio (CO2) emessi nell’atmosfera. In particolare è stato calcolato che tra il 1751 e il 1994 il pH degli oceani si sia abbassato da 8,25 a 8,14 con un corrispondente aumento della concentrazione degli ioni H+. Tale dato indica che negli ultimi centenni il pH dei mari stia diminuendo ad una velocità dieci volte maggiore rispetto a quanto registrato negli ultimi 50 milioni di anni. Inoltre, secondo alcune stime si prevede un’ulteriore riduzione del pH compresa tra 0,14 e 0,35 unità nell’arco del ventunesimo secolo.

 Il processo chimico tramite cui gli Oceani diventano più acidi ha inizio con la dissoluzione dell’anidride carbonica atmosferica nelle acque del mare. Una volta sciolta, l’anidride carbonica reagisce con le molecole d’acqua (H2O) formando acido carbonico (H2CO3). Quest’ acido a sua volta si scinde in ioni carbonato e ioni H+. Dall’ aumento della concentrazione di ioni H+ (indicato anche come abbassamento del pH) si ha un incremento del processo di acidificazione dei mari.
Come si può immaginare, tale fenomeno ha un effetto devastante sull’ ecosistema marino e principalmente su tutti quegli organismi la cui esistenza è legata alla formazione di carbonato di calcio (CaCO3). Infatti la maggior parte degli scheletri e dei gusci degli animali marini sono costituiti da questo minerale per il quale esiste un limite di saturazione oltre cui si solubilizza. In altre parole, oltre un certo livello di acidità, il carbonato di calcio tende a sciogliersi rendendo impossibile la sopravvivenza di numerose specie marine. Quindi i primi a pagarne le conseguenze potrebbero essere i molluschi e i crostacei, i quali popolano i nostri mari e sono spesso i principali protagonisti delle nostre tavole, tra cui cozze, vongole, ostriche, gamberi e aragoste. Per gli stessi motivi anche le barriere coralline sarebbero gravemente minacciate, con serie conseguenze sull’intero ecosistema terrestre. Infatti i reef (termine inglese per indicare le barriere coralline) costituiscono uno dei tesori più preziosi del mare. Questi sono caratterizzati da estese formazioni rocciose, originatesi dalla sedimentazione degli scheletri calcarei di animali acquatici chiamati coralli. Grazie alle loro uniche caratteristiche, i reef costituiscono l’habitat ideale di almeno un quarto di tutte le specie marine note. Quindi un’estinzione delle barriere coralline porterebbe a un danno economico, umano ed ambientale incalcolabile. Altrettanto gravi potrebbero essere i danni provocati sulle comunità del plancton. Il plancton è costituito da tutti quegli organismi animali e vegetali che vivono sospesi nelle acque e che fluttuano in balia delle correnti in quanto non in grado di opporsi ai movimenti delle masse d’acqua. Alcuni organismi planctonici (fitoplancton) svolgono un ruolo fondamentale sia per l’ecosistema marino che terreste in quanto oltre ad essere alla base della catena alimentare degli Oceani sono anche i produttori di circa il 50% dell’ossigeno che respiriamo. Per tale motivo un annientamento del plancton marino potrebbe essere dannoso per l’intero ecosistema terrestre.
E’ chiaro che l’acidificazione delle acque potrebbe essere una grave minaccia non solo per la vita marina ma anche per quella terrestre. Una soluzione possibile per frenare questo fenomeno, attualmente in crescita, potrebbe essere la riduzione oppure la conversione delle emissioni di gas da parte delle centrali elettriche le quali, ancora oggi, emettono alti livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. In ogni caso fino a quando i capi di Stato non saranno decisi a imporre tasse sulle emissioni di biossido di carbonio saremo costretti a convincerci che l’intero ecosistema terreste continuerà ad essere esposto ad un alto rischio.