Papa Francesco e la lingua italiana

Diversi studiosi si sono occupati dei testi scritti e proclamati dal Papa, in particolare Rita Librandi e Michele Cortelazzo, i quali hanno osservato il modo in cui Papa Francesco usa la lingua italiana. Con il tempo, Bergoglio è diventato uno dei migliori ambasciatori del nostro idioma, dal momento che con lui l’italiano è divenuto la lingua ufficiale del Vaticano spodestando il latino. Se Papa Benedetto per annunciare al mondo le sue dimissioni usò appunto il latino («ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet», 11 febbraio 2013), il primo saluto che Papa Bergoglio indirizzò al mondo, dopo la sua elezione, fu in italiano («Fratelli e sorelle, buonasera! Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo» 18 marzo 2013).

            È da poco uscito il libro del linguista Salvatore Claudio Sgroi, intitolato “Il linguaggio di Papa Francesco” e stampato dalla Libreria Vaticana editrice. Il volume raccoglie un centinaio di articoli di carattere divulgativo sulla lingua italiana contemporanea e le prime trenta pagine sono dedicate al linguaggio del Papa, mentre il resto del libro offre spunti di riflessione sulla lingua contemporanea.

            Papa Francesco, benché di origini piemontesi, non è di madrelingua italiana, quindi spesso «improvvidi censori» della rete gridano agli errori che egli commetterebbe nell’usare la nostra lingua. In realtà, dagli articoli di Salvatore Sgroi, ma ancora prima di Rita Librandi, emerge quanto profonda sia la conoscenza delle strutture della lingua italiana da parte del Papa che riesce a gestirne i registri, il lessico, la sintassi ed è capace di esplorare nuove possibilità per l’italiano grazie alla creazione di neologismi o al recupero di forme regionali o auliche. Di seguito diamo un elenco di forme bergogliane tratte dai lavori degli studiosi citati.

            Tu. Il tono familiare con cui Papa Francesco si rivolge ai fedeli non è indice, ancora una volta, della scarsa familiarità con la lingua italiana, ma la scelta della struttura dialogica e di indirizzarsi con il tu al fedele nelle omelie rispetta l’etimo della parola dialogo che significa ‘conversazione’ ed è documentata in tale accezione in italiano già in Giordano da Pisa, prima del 1311.

          O’ scia’ e spuzzare. Il lessico di Bergoglio si arricchisce anche di espressioni dialettali. Ricordiamo qui, in particolare, due occasioni: la prima è quella in cui il Papa, a Lampedusa nel 2013, per rivolgere il saluto ai siciliani, usa o’ scia’, che significa ‘fiato mio’ per indicare la stretta familiarità con cui si sta salutando qualcuno. La seconda è quella della visita a Napoli il 21 marzo 2015 quando egli gridò contro la corruzione: «La corruzione spuzza, la società corrotta spuzza». Il verbo spuzzare non va interpretato come l’errore dello straniero che non conosce bene l’italiano e che quindi si inventa una parola nuova, ma è un portato del dialetto piemontese, che è il dialetto della famiglia di Bergoglio. Si tratta di una parola presente soprattutto nei dialetti settentrionali e attestata anche in italiano antico. «Il Pontefice ha quindi trasferito creativamente la voce del dialetto piemontese in italiano» (Sgroi, p. 17).

        Misericordiare. Quando il Papa usò il verbo, fu interpretato come una sua «trovata». Per tradurre l’espressione miserando nel motto miserando atque eligendo che si legge nel cartiglio del suo stemma personale, poiché non trovò un termine italiano corrispondente, lo tradusse con misericordiando. In realtà il verbo misericordiare, che fa riferimento al sentimento di amore con cui il Signore guarda gli esseri umani e poi li sceglie per farli suoi seguaci, è presente come arcaismo nella lingua italiana, ma il pontefice ne ricrea la forma sulla base delle regole dell’italiano che egli ha interiorizzato.          

       Nostalgiare. Chiudiamo la nostra breve rassegna lessicale con questo neologismo presente nell’omelia del 31 dicembre 2014 («ci farà bene domandare la grazia di poter camminare in libertà per […] poter difenderci dalla nostalgia della schiavitù», difenderci dal non ‘nostalgiare’ la schiavitù»). Ancora una volta, in questa creazione del Papa non va letto un errore «dovuto all’insufficiente competenza linguistica del Papa in quando italofono non-nativo», quanto una competenza «del parlante che applica creativamente regole della lingua italiana, arricchendole lessicalmente» (Sgroi, p. 22).

Per approfondire in rete:

si vedano gli articoli di Rita Librandi, Francesco la spinta dell’autenticità (http://www.treccani.it/lingua_italiana/speciali/papale/1_Librandi.html)

Michele Cortelazzo, Che lingua parla Papa Francesco (http://www.unipd.it/ilbo/content/che-lingua-parla-papa-francesco)

Rubrica “Dalle parole ai libri” a cura di Rosa Piro, Ricercatrice di Linguistica italiana, Università degli Studi di Napoli, L’Orientale.